Blog di Raimondo Schiavone e amici

Lula dà un calcio al dollaro: il Brasile si libera del giogo americano

Luiz Inácio Lula da Silva non è un economista da salotto né un banchiere travestito da riformista. Lula è un figlio del popolo, uno che sa cosa vuol dire lavorare a mani nude, sudare in fabbrica, marciare per un salario dignitoso. E quando dice che il Brasile può fare a meno del dollaro, non è retorica: è una dichiarazione di indipendenza, un atto politico, una scossa tellurica nei rapporti di forza globali.

Lula ha parlato chiaro, senza il vocabolario edulcorato degli eurocrati o la diplomazia asfissiante dei tecnocrati: "Il nostro PIL dipende solo per l'1,7% dagli scambi con gli Stati Uniti. Se Trump o chi per lui vuole imporci dazi al 50%, faremo lo stesso. Non abbiamo più paura."

È finita l’epoca in cui il dollaro era il sole attorno al quale dovevano orbitare tutte le economie latinoamericane, con la testa bassa e la mano tesa. È finita l’epoca delle sanzioni unilaterali subite in silenzio, delle imposizioni monetarie travestite da “libero mercato”. Lula mette in discussione un ordine economico globale basato sulla dipendenza, e lo fa dal palcoscenico di un Brasile che non è più colonia.

La de-dollarizzazione non è un’utopia bolivariana, è una necessità strategica.
Sempre più Paesi emergenti – dalla Cina alla Russia, dal Sudafrica all’Iran – stanno costruendo nuove architetture finanziarie, utilizzando valute locali o digitali, creando strumenti alternativi al SWIFT, sganciandosi dal ricatto di Washington e della sua Federal Reserve. Lula si inserisce in questo solco con la forza e la legittimità di un leader che è tornato al potere con milioni di voti e una visione globale multipolare.

Lula non parla al solo Brasile: parla a tutta l’America Latina, ai BRICS, al Sud globale. Parla a chi è stanco di ricevere lezioni da chi ha colonizzato, bombardato, saccheggiato. Parla da leader che non ha dimenticato la fame, la disuguaglianza, le favelas. E sa che l'indipendenza politica passa per quella economica e monetaria.

La mossa di Lula è anche un avvertimento ai nostalgici dell’imperialismo economico: "Non siamo più quelli degli anni '80. Non accetteremo diktat, né FMI mascherati da benefattori."

Con queste parole, Lula ridà dignità a un Paese che troppe volte è stato visto solo come fonte di materie prime e manodopera a basso costo. Il Brasile, oggi, è una nazione sovrana che alza la testa e alza anche la voce.

Non è solo una battaglia monetaria, è una battaglia per il rispetto, per la giustizia globale, per un nuovo equilibrio. E Lula – con tutti i suoi limiti, con la sua storia fatta di cicatrici e sogni – resta uno dei pochi leader al mondo capaci di parlare al popolo senza passare per le élite.

Quando il dollaro traballa e i padroni del mondo si innervosiscono, è il segnale che qualcosa di grande sta cambiando. E forse, questa volta, il vento soffia da Sud.

Raimondo Schiavone 

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