Ma che vita è mai questa? Una vita meschina, brutta, logorata dall’invidia di ciò che fanno gli altri, come chi passa le giornate a spiare il piatto del vicino per lamentarsi di non averne uno simile. Guerrini non guarda al futuro: si nutre del passato. Ancora oggi, a quasi due anni di distanza, continua a rimuginare sugli atti della vecchia amministrazione regionale. Non si tratta di memoria storica o di critica costruttiva: è accanimento sterile, ripetizione ossessiva, astiosità travestita da analisi.
La sua ossessione prende la forma di processi trasformati in spettacolo, tribunali immaginati come teatri della vendetta personale. È come se avesse creato un YouPorn della giustizia, ambientato non a luci rosse ma a luci al neon dei Palazzi di Giustizia. E lui, Guerrini, non è protagonista, né attore, né giudice: è solo il cameraman, il guardone che si eccita a riprendere le disgrazie e a trasformarle in pornografia politica.
L’infelicità di Guerrini non è un mistero: è scritta in ogni suo pezzo, in ogni sua invettiva. Non è rabbia civile, non è indignazione sincera: è invidia. Invidia della vita degli altri, dei successi altrui, delle possibilità che lui non ha avuto o non ha saputo cogliere. E allora, che resta? Solo la tastiera, solo il fiele, solo la triste consolazione di credersi un giudice mentre in realtà si è spettatore annoiato e frustrato.
Forse il vero spettacolo, quello che Guerrini non riprenderà mai, è proprio il suo: quello di un uomo intrappolato in una gabbia di infelicità, incapace di uscirne perché il rancore gli è diventato l’unico compagno fedele.
Raimondo Schiavone















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