C’è un momento, nella vita pubblica di certi leader, in cui il controllo viene meno. Non parliamo di strategia, né di diplomazia. Parliamo proprio di tenuta. Di continenza. E quando questa viene meno, il risultato è sotto gli occhi di tutti: una forma avanzata di incontinenza. Non fisica — sarebbe persino più dignitosa — ma verbale.
Donald Trump è ormai il caso clinico più interessante di questa patologia politica. Un uomo che, esaurita la capacità di contenere impulsi e istinti, ha trasferito gli amplessi degli organi inferiori direttamente nel linguaggio. Le sue non sono più dichiarazioni: sono polluzioni verbali. Espulsioni improvvise di parole non filtrate, spesso scomposte, sempre sovraccariche di un’energia primordiale che nulla ha a che fare con la lucidità del potere.
Il recente episodio che ha coinvolto Emmanuel Macron e sua moglie Brigitte Macron ne è solo l’ennesima dimostrazione. In un contesto internazionale che richiederebbe misura, equilibrio, senso del limite, Trump irrompe con la grazia di un elefante in una cristalleria… ma con l’aggravante di pensare di essere in un’arena.
E non è un caso isolato. È uno schema. Una deriva.
Dalle invettive contro avversari politici alle allusioni personali, passando per dichiarazioni che sembrano partorite più da una pancia in subbuglio che da una mente strategica, il copione si ripete. Cambiano i bersagli, non il tono. Cambiano le occasioni, non la sostanza.
Il problema non è solo stilistico. È politico. Perché quando il linguaggio si degrada fino a diventare scarico incontrollato, anche il pensiero che lo genera si rivela per quello che è: elementare, impulsivo, incapace di costruire visione.
E allora il paradosso è evidente. In un’epoca in cui tutto viene filtrato, mediato, studiato, costruito a tavolino, Trump rappresenta l’anti-filtro assoluto. Un uomo che non trattiene nulla. Che non sublima. Che non elabora. Che espelle.
Un tempo si diceva che il potere è anche saper tacere. Oggi assistiamo alla sua versione degenerata: il potere che non riesce più a smettere di parlare, anche quando non ha nulla da dire.
E così, mentre il mondo affronta crisi vere — guerre, economie in bilico, equilibri fragili — una parte del dibattito globale viene occupata da queste emissioni incontrollate. Rumore. Solo rumore.
L’incontinenza, si sa, è difficile da gestire. Ma quando diventa sistemica, quando invade lo spazio pubblico e si trasforma in metodo, allora non è più solo un problema individuale. È un problema collettivo.
E forse, a quel punto, più che un’analisi politica, servirebbe un buon medico. O almeno un silenziatore.
Raimondo Schiavone















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