Blog di Raimondo Schiavone e amici

LIBANO, LE CAPITALI CHE NON CADONO

C’è un punto, nella geografia dei conflitti, in cui la cartina smette di essere un insieme di coordinate e diventa simbolo. Bint Jbeil è uno di quei punti. Non è solo una città del sud del Libano: è un luogo politico, mentale, quasi mitologico. Ed è esattamente per questo che oggi viene circondata, bombardata, pressata. Senza successo.
L’esercito di occupazione prova a stringere il cerchio. Tenta la solita strategia: isolamento, saturazione del fuoco, pressione continua. Una logica militare ormai codificata, quasi burocratica. Ma qui non siamo davanti a un teatro qualsiasi. Qui siamo dentro una memoria viva, dentro una resistenza che non è soltanto armata, ma identitaria.
Bint Jbeil e Odaisse non cadono. E non è una frase retorica: è un dato politico. È la dimostrazione plastica che esistono territori in cui la superiorità militare non si traduce automaticamente in controllo. Perché il controllo, prima ancora che con i carri armati, si esercita sulle coscienze. E qui, evidentemente, non è avvenuto.
C’è poi un dettaglio che il racconto dominante ignora, ma che dice molto: Odaisse è gemellata con Mandas, piccolo centro della Sardegna. Un filo sottile, apparentemente marginale, che invece racconta qualcosa di più profondo. Le comunità, quando si riconoscono, costruiscono legami che sfuggono alle logiche dei blocchi e delle alleanze ufficiali. È una geografia parallela, fatta di relazioni, memoria e identità condivise.
Le chiamano “capitali di Hezbollah”. Definizione utile per semplificare, ma riduttiva. Perché qui non si tratta solo di un’organizzazione, ma di un sistema di resistenza diffuso, radicato, sedimentato nel tempo. Le forze partigiane libanesi — perché di questo si tratta, al netto delle etichette — non difendono soltanto un territorio: difendono un’idea di sovranità che non accetta di essere negoziata sotto bombardamento.
E allora accade ciò che nei manuali militari si fatica a spiegare: città accerchiate che non si arrendono, popolazioni sotto pressione che non si disgregano, linee del fronte che restano sorprendentemente stabili nonostante la sproporzione di mezzi.
Il punto non è quanto durerà. Il punto è cosa rappresenta.
Perché ogni volta che un luogo come Bint Jbeil resiste, si incrina una narrazione. Quella secondo cui la forza basta. Quella secondo cui il dominio è solo questione di intensità del fuoco. Quella secondo cui, alla fine, tutto si piega.
Qui no.
E quando una città non cade, non è solo una vittoria tattica. È un messaggio politico. Chiaro, netto, difficilmente ignorabile.

Raimondo Schiavone

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