Blog di Raimondo Schiavone e amici

Libano, la barbarie normalizzata

Ci sono momenti nella storia in cui la misura morale di un’epoca si vede con una chiarezza quasi brutale. Non servono grandi analisi geopolitiche, non servono sofisticate spiegazioni diplomatiche: basta guardare le immagini, ascoltare le notizie, contare i morti.
Gli attacchi israeliani contro il Libano, che nelle ultime ore hanno colpito il sud del Paese e persino la capitale Beirut, sono una barbarie. Non trovo un’altra parola. Barbarie.
Il Libano è un Paese stremato.
Stremato da una crisi economica devastante, con una moneta distrutta, banche collassate e milioni di persone che vivono nella precarietà più assoluta.
Stremato da anni di tensioni regionali, dal peso dei rifugiati, da una politica interna paralizzata.
Stremato da una tragedia come l’esplosione del porto di Beirut che ancora oggi segna la carne viva della città.
Eppure su questo Paese fragile, ferito, piegato, continuano a piovere bombe.
Colpito il sud del Libano.
Colpiti villaggi.
Colpite aree civili.
Morti tra la popolazione.
E ora anche la capitale.
È qui che la coscienza dovrebbe fermarsi e fare una domanda semplice: fino a quando? Fino a quando questa logica della forza dovrà essere accettata come normalità?
Perché la cosa più inquietante non è solo la violenza degli attacchi. La cosa più inquietante è il silenzio che li accompagna.
Un silenzio politico.
Un silenzio diplomatico.
Un silenzio mediatico spesso imbarazzante.
Esiste ormai una sorta di zona franca morale attorno al governo israeliano: qualunque cosa accada, qualunque operazione venga lanciata, qualunque bomba cada, il dibattito pubblico internazionale sembra muoversi con una cautela quasi reverenziale.
Criticare è difficile.
Dissentire è pericoloso.
Condannare diventa quasi un atto sovversivo.
Si è costruita negli anni una narrativa per cui ogni azione militare viene automaticamente giustificata dentro una cornice di sicurezza permanente. Ma quando la sicurezza diventa il lasciapassare per colpire interi territori, per bombardare città, per provocare morti civili, allora quella non è più sicurezza. È dominio militare.
Ed è qui che il mondo occidentale dovrebbe interrogarsi seriamente su se stesso.
Perché se davvero vogliamo parlare di diritto internazionale, di diritti umani, di civiltà giuridica, allora queste categorie devono valere sempre. Non solo quando fa comodo. Non solo quando l’aggressore è il nemico geopolitico di turno.
Il Libano oggi è il simbolo di una tragedia più grande: quella di un Medio Oriente che continua ad essere trattato come un terreno di scontro permanente, un luogo dove la vita umana sembra pesare meno nelle bilance della politica globale.
Le bombe su Beirut non sono solo un fatto militare. Sono un segnale politico al mondo intero: la forza continua a prevalere sul diritto.
E la domanda che resta sospesa nell’aria, sempre più pesante, è una sola.
Se anche di fronte a città bombardate e civili morti non si riesce più a parlare liberamente, allora chi governa davvero il discorso pubblico internazionale?
E soprattutto: chi ha deciso che su alcune guerre non si può più dissentire?
Raimondo Schiavone 

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