“Coloni violenti”.
Come se esistessero coloni pacifici. Come se l’occupazione stessa non fosse un atto di violenza permanente. Come se rubare terra, militarizzare territori, espellere famiglie e trasformare un popolo in prigioniero nella propria casa fosse una pratica agricola alternativa patrocinata da Bruxelles.
La verità è che l’Unione Europea continua a muoversi dentro il perimetro dell’ipocrisia occidentale più codarda. Da una parte i comunicati pieni di parole nobili: diritti umani, proporzionalità, pace, autodeterminazione. Dall’altra il terrore politico di disturbare davvero Israele e soprattutto gli Stati Uniti, veri garanti internazionali dell’impunità del governo israeliano.
Così nasce la tragicommedia delle “sanzioni ai coloni violenti”. Una specie di multa morale data al serial killer perché parcheggia in doppia fila.
La cosa più grottesca è il linguaggio. Sempre il linguaggio. L’Europa è diventata una gigantesca lavanderia semantica dove le parole servono a non chiamare mai le cose col loro nome. Non si parla mai di occupazione coloniale sistemica. Non si parla mai di apartheid. Non si parla mai di pulizia etnica strisciante. No. Si preferisce inventare categorie linguistiche rassicuranti, utili a tranquillizzare le coscienze dei salotti liberal europei mentre Gaza continua a sanguinare.
E nel frattempo l’Europa impartisce lezioni al mondo intero.
L’Unione che faceva la morale alla Russia sulle sanzioni “devastanti”, salvo poi inginocchiarsi davanti a Netanyahu con la stessa compostezza servile con cui un maggiordomo apre la porta al padrone di casa. L’Europa che pretendeva di esportare diritti umani con le bombe Nato oggi riesce a produrre soltanto dichiarazioni annacquate, indignazioni telecomandate e provvedimenti cosmetici buoni per i talk show del pomeriggio.
Persino la formula scelta tradisce tutta la paura politica europea. Non Israele. Non il governo israeliano. Non l’apparato militare. Non i ministri estremisti che invocano apertamente deportazioni e distruzione. No. Qualche “colono violento”. Come se il problema fosse il comportamento di alcuni ultras e non un sistema sostenuto militarmente, economicamente e diplomaticamente dall’Occidente.
È la geopolitica dell’aspirina data a un paziente colpito da una cannonata.
Ma il problema vero è che questa ipocrisia non produce più nemmeno credibilità. L’Europa oggi appare al mondo come una potenza senza coraggio, senza autonomia e senza dignità strategica. Un continente che parla come un professore universitario progressista ma agisce come una dependance diplomatica di Washington.
E mentre i burocrati di Bruxelles compilano liste di “coloni cattivi”, la realtà continua a demolire la loro narrazione. Perché le immagini arrivano ovunque. Perché la censura occidentale non riesce più a fermare del tutto la percezione globale di ciò che sta accadendo in Palestina. E perché milioni di persone, soprattutto fuori dall’Europa, hanno ormai compreso che esistono morti di serie A e morti di serie B. Popoli da difendere e popoli da sacrificare sull’altare degli equilibri geopolitici.
La cosa più drammatica è che l’Europa continua ancora a credersi moralmente superiore.
Ed è forse questo il dettaglio più insopportabile di tutti.
Raimondo Schiavone















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