Blog di Raimondo Schiavone e amici

L’altra faccia della guerra: in Congo si combatte una partita sporca tra Ucraini e Russi

Mentre i riflettori dell’informazione occidentale continuano a illuminare a senso unico il conflitto in Ucraina, c’è un altro teatro di guerra che brucia nell’indifferenza generale. Si chiama Repubblica Democratica del Congo, e in quella giungla di interessi coloniali, miniere e milizie mercenarie, si gioca una partita altrettanto geopolitica quanto quella che insanguina il Donbass. Ma con un’aggravante: qui non ci sono prime pagine, qui si muore nell’ombra.

In Congo, le truppe mercenarie legate all’Ucraina combattono a fianco dell’RDF (Rwanda Defence Force) e dei gruppi ribelli dell’M23, braccio armato degli interessi economici occidentali, in particolare belgi e statunitensi, che puntano a continuare lo sfruttamento selvaggio del coltan, del cobalto e dell’oro. Sì, avete letto bene: soldati ucraini – o meglio, contractors che parlano ucraino – combattono per difendere la continuità dell'estrazione coloniale che da decenni arricchisce le multinazionali europee, con sede magari a Bruxelles o Ginevra, e devasta le vite dei congolesi.

Dall’altro lato, ci sono truppe di supporto filorusse e compagnie private legate a Mosca, che appoggiano Kinshasa in chiave anti-M23. Una guerra per procura, certo, ma con una narrazione rovesciata rispetto a quella imposta dai media mainstream: in Congo, i russi sono dalla parte del governo centrale congolese e della popolazione, mentre gli ucraini difendono gli interessi coloniali belgi.

I dati sono agghiaccianti. Secondo fonti umanitarie indipendenti, solo nell’ultimo anno oltre 6.000 civili sono stati uccisi nei territori orientali del Congo. Villaggi rasi al suolo, stupri sistematici, bambini arruolati a forza o massacrati. Eppure nessuno grida allo scandalo, nessuno impone sanzioni contro Kigali o Bruxelles, nessuno invoca la Corte Penale Internazionale per i crimini commessi a Beni o a Goma.

E così, mentre a Kiev si celebra il martirio della democrazia europea e si invocano armi per “resistere all’imperialismo russo”, in Congo gli stessi soldati addestrati dalla NATO difendono i padroni coloniali che saccheggiano il sottosuolo africano e alimentano la guerra con le solite logiche: il profitto prima di tutto, il popolo può morire.

Il silenzio è la parte più oscena di questa storia. Nessun inviato speciale della CNN a Bukavu, nessun reportage di Le Monde su cosa ci facciano soldati ucraini nei pressi delle miniere di Rubaya. Nessuna indignazione nei salotti televisivi per un genocidio che non rientra nella narrativa atlantista.

La verità, brutale e nascosta, è che la guerra in Ucraina non è un conflitto isolato, ma parte di un confronto globale in cui si usano i popoli come pedine. E il Congo, come spesso è accaduto nella sua storia maledetta, è diventato l’ennesima scacchiera dove le potenze si giocano le risorse, la vita e la morte.

La democrazia che si esporta a colpi di droni ha un prezzo, ma non lo pagano mai gli esportatori. Lo pagano gli africani, i siriani, i palestinesi, e oggi anche i congolesi. Mentre le “scorte strategiche di cobalto” fanno volare i titoli di borsa, e gli smartphone europei brillano grazie al sangue versato da bambini soldato, la storia si ripete: l’Occidente colonizza, l’Est resiste, l’Africa muore. E nessuno ha il coraggio di dirlo.

Raimondo Schiavone 

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