Blog di Raimondo Schiavone e amici

“La vita va così”: un film ben fatto ma con una visione vecchia e paternalista della Sardegna

L’anteprima di “La vita va così” di Riccardo Milani ha riempito il Lirico e le sale di un importante Cinema di Cagliari, regalando una serata di grande partecipazione e applausi. Un evento curato nei dettagli, con un’accoglienza calorosa per il regista e per un cast d’eccezione: Virginia Raffaele, Aldo Baglio, Jacopo Cullin, Massimiliano Medda, Gabriele Cossu, Ignazio Deligia e Moses Concas, autore di una colonna sonora che conferma la sua sensibilità artistica e il talento ormai riconosciuto a livello internazionale. Emozionante anche la presenza di Giuseppe Ignazio Loi, 84 anni, di Terralba, alla sua prima esperienza cinematografica: un volto autentico che ha dato profondità e verità alla narrazione.

Sul piano tecnico e interpretativo nulla da eccepire: regia solida, fotografia curata, recitazione efficace. Dove, però, il film lascia qualche perplessità è sul messaggio di fondo, sull’immagine della Sardegna che propone e sull’idea di progresso e tutela che intende trasmettere.
Si avverte una certa visione “radical chic milanese” dell’isola, quella che piace a chi la vive solo d’estate, che la vorrebbe come un parco giochi naturale da conservare intatto per il proprio svago e per la propria coscienza ecologica, ma che poi torna a Milano a godersi tutto il benessere dell’urbanizzazione, delle palestre, degli spritz e delle opportunità economiche. È la stessa visione paternalista che affonda le radici nell’epoca “soriana”, quando il presidente Renato Soru rivendicava alla Regione un potere urbanistico esclusivo, togliendolo ai sindaci, considerati deboli o corruttibili.
Un’idea ipocrita e superata, che non riconosce il valore delle comunità locali e dei loro amministratori. Nessun sindaco si è mai “venduto” per un mazzo di posti di lavoro; tutti, invece, hanno cercato soluzioni per dare dignità e futuro ai propri cittadini. Starò sempre dalla parte dei sindaci, di chi vive ogni giorno il territorio e ne conosce i bisogni.
Il film sembra anche sottendere una certa avversione per il denaro, come se il valore economico fosse di per sé impuro. Ma il problema non sono i soldi: lo è il loro cattivo uso, l’accumulo illecito o la spesa irresponsabile. Disprezzare il denaro è comodo per chi ne ha in abbondanza, ma è un pensiero lontano dalla realtà di chi lavora e vive di sacrifici.
C’è poi il tema dell’edificazione e della tutela. Difendere il territorio non può significare bloccare il tempo o condannare la Sardegna all’arretratezza. La salvaguardia ambientale è sacrosanta, ma deve convivere con il progresso, con l’uso consapevole delle risorse, con la necessità di evitare lo spopolamento. L’uomo è parte della natura, non un suo nemico: usarla con rispetto non è un crimine, è una forma di vita.
Da questo punto di vista, “La vita va così” mostra una visione datata, quella di chi pretende di conservare la Sardegna come un museo vivente o come uno sfondo estetico per le vacanze estive, dove i sardi dovrebbero limitarsi a fare i pastori, cantare a tenore e servire i turisti. È l’immagine folkloristica e pigra di un’isola che non esiste più.
I giovani sardi di oggi sono ricercatori, innovatori, viaggiano, studiano all’estero e tornano con idee e competenze. Portano sviluppo, non nostalgia.
Infine, un messaggio alla politica: chi oggi si riconosce nel modello di società descritto da questo film farebbe bene a riflettere. Se davvero si pensa che il futuro della Sardegna debba essere quello del “non si tocca nulla”, allora è meglio farsi da parte.
Il turismo è importante, ma non basta: è un’economia fragile, spesso legata alla stagionalità e alla dipendenza. Serve una visione industriale, un motore produttivo che generi lavoro stabile, capitale umano e capacità d’innovazione.
E soprattutto serve dire qualche “sì”: al progresso, alla modernità, alla dignità di un popolo che non può essere relegato al ruolo di comparsa nel grande spettacolo estivo di chi viene da fuori a insegnarci come dovremmo vivere.
 Raimondo Schiavone

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