Blog di Raimondo Schiavone e amici

La trattativa impossibile e la guerra che non finisce mai

C’era qualcosa di profondamente prevedibile — quasi scritto — nell’epilogo dei colloqui di Islamabad tra Stati Uniti e Iran. Non un fallimento improvviso, ma un fallimento annunciato, costruito pezzo dopo pezzo ben prima che le delegazioni si sedessero allo stesso tavolo.
Quando una guerra non produce risultati concreti sul campo, la diplomazia diventa spesso il luogo in cui si tenta di ottenere ciò che le armi non sono riuscite a strappare. È una dinamica antica, quasi scolastica. Ma è anche una dinamica fragile, perché presuppone una condizione minima: il riconoscimento reciproco di un equilibrio. E quell’equilibrio, tra Washington e Teheran, oggi semplicemente non esiste.
Secondo la narrazione che emerge da fonti iraniane, gli Stati Uniti avrebbero avanzato richieste massimaliste: dallo Stretto di Hormuz al programma nucleare, come se il tavolo negoziale fosse la prosecuzione diretta del campo di battaglia. Se questa lettura è anche solo parzialmente corretta, il negoziato non nasceva per concludersi, ma per essere abbandonato. Un passaggio formale, utile più alla comunicazione che alla sostanza.
Ed è qui che entra in gioco la dimensione politica interna americana. Donald Trump aveva bisogno di una narrazione, non di un accordo. Doveva poter dire al mondo — e soprattutto al proprio elettorato — di aver vinto una guerra che, nei fatti, non ha mai prodotto una vittoria chiara. E, subito dopo, di aver tentato la via diplomatica, scaricando sull’Iran la responsabilità del fallimento.
È una costruzione retorica precisa: prima si dichiara una vittoria, poi si inscena una trattativa, infine si certifica l’impossibilità del dialogo. Il risultato è un terreno perfetto per una nuova fase: quella della guerra a bassa intensità.
Non una guerra totale, non un conflitto dichiarato. Ma una pressione costante: attacchi indiretti, tensioni nei punti strategici, instabilità controllata. Lo Stretto di Hormuz resta il cuore di questo equilibrio precario, un choke point globale dove ogni scintilla può trasformarsi in crisi sistemica.
Ma il vero elemento destabilizzante, oggi, non è solo il rapporto tra Stati Uniti e Iran. È la traiettoria ormai quasi monocorde di Benjamin Netanyahu. La sua linea politica sembra essersi ridotta a una sola grammatica: quella del conflitto permanente. Una logica che non distingue più tra deterrenza e escalation, tra sicurezza e provocazione.
Il problema, per l’Europa e per il resto del mondo, è che questa postura non resta confinata al Medio Oriente. Si espande, si riflette, diventa pressione politica e diplomatica anche sugli alleati. Le minacce, esplicite o implicite, iniziano a toccare anche quei Paesi che teoricamente dovrebbero essere partner, non bersagli.
E così il quadro si completa: una trattativa che non poteva riuscire, una guerra che non è mai davvero finita, e una leadership regionale che sembra incapace di immaginare un’alternativa al conflitto.
Il risultato non è la pace mancata. È qualcosa di più complesso e, per certi versi, più pericoloso: una normalizzazione della tensione. Una guerra che non esplode, ma nemmeno si spegne. Una guerra che diventa sistema.
E quando il conflitto diventa sistema, smette di essere un’eccezione. Diventa la regola.
Raimondo Schiavone 

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