C'è un esercizio intellettuale che il conformismo dominante cerca di rendere impraticabile: quello del parallelismo storico applicato alle resistenze armate. Quando parliamo dei partigiani italiani che combatterono l'occupazione nazifascista tra il 1943 e il 1945, usiamo parole come eroismo, sacrificio, dignità nazionale. Quando parliamo di Hezbollah, il Partito di Dio libanese che combatté e scacciò l'esercito israeliano dal Libano meridionale nel 2000 e resistette alla guerra del 2006, usiamo parole come terrorismo, fanatismo, minaccia. Eppure le strutture di fondo — politiche, militari, culturali, morali — sono sorprendentemente simili. Studiarle non significa equiparare ogni scelta tattica né assolvere ogni azione: significa capire.
Il punto di partenza è il medesimo: un territorio occupato da una potenza militare straniera. Nel caso italiano, la duplice occupazione — quella tedesca dopo l'8 settembre 1943 e quella fascista della Repubblica di Salò — produsse una condizione di guerra civile e resistenza armata che coinvolse centinaia di migliaia di uomini e donne. Nel caso libanese, l'occupazione israeliana del Libano meridionale, iniziata con l'invasione del 1978 e consolidata nel 1982 con l'operazione «Pace in Galilea», durò fino al maggio 2000 — ventidue anni di presenza militare straniera su territorio sovrano.
Hezbollah nacque precisamente come risposta a quella occupazione. Non è nato come progetto imperialista, non è nato per esportare la rivoluzione iraniana nel Mediterraneo: è nato perché un esercito straniero occupava il sud del Libano, arrestava, torturava e uccideva civili attraverso la milizia collaborazionista dell'Esercito del Libano del Sud — lo stesso ruolo che le Brigate Nere e la Guardia Nazionale Repubblicana svolgevano nell'Italia occupata. Il parallelo è strutturale, non metaforico.
Un territorio occupato genera resistenza. Questa è una legge della storia, non un'ideologia.
La Resistenza italiana non nacque come movimento unitario né come forza ideologicamente omogenea. Vi convivevano comunisti, cattolici, liberali, azionisti, socialisti. Li univa un fatto concreto: il paese era sotto occupazione militare straniera e sotto un regime collaborazionista. Hezbollah non è il solo attore della resistenza libanese — vi parteciparono laici, nasseriani, comunisti, palestinesi — ma è diventato il più organizzato, il più radicato, il più efficace. Esattamente come il PCI e le Brigate Garibaldi erano la componente numericamente e militarmente dominante della Resistenza italiana, senza che questo rendesse illegittima la Resistenza nel suo insieme.
Una delle caratteristiche che accomunano le resistenze efficaci è la loro radicazione nel territorio e nella popolazione. I partigiani italiani non erano eserciti convenzionali: erano contadini, operai, studenti che conoscevano ogni sentiero delle valli alpine e appenniniche, che potevano contare sulla solidarietà delle comunità locali, sull'informazione capillare, sul supporto logistico silenzioso di famiglie, preti, sindaci, medici di campagna.
Hezbollah ha costruito nel Libano meridionale una rete organizzativa analoga, forse ancora più sofisticata. La sua forza non risiede soltanto nelle armi — razzi, missili anticarro, tunnel sotterranei — ma nella densità del radicamento sociale. Ospedali, scuole, servizi sociali, rete di welfare che supplisce all'assenza dello Stato libanese: la stessa funzione che i Comitati di Liberazione Nazionale svolgevano nell'Italia occupata, amministrando i territori liberati, garantendo ordine e assistenza prima ancora che arrivassero gli Alleati.
Questa dimensione «totale» della resistenza — militare, politica, sociale, assistenziale — è ciò che rende impossibile liquidare Hezbollah come una semplice organizzazione armata, così come sarebbe impossibile ridurre la Resistenza italiana a bande di fuorilegge con i mitra. In entrambi i casi siamo di fronte a movimenti di liberazione che hanno costruito una controcultura politica, una struttura parallela di potere, un'identità collettiva.
Hezbollah ha costruito nel sud del Libano quello che i CLN costruirono nell'Italia occupata: un contropotere che suppliva allo Stato assente o collaborazionista.
Qui si concentra la principale obiezione di chi rifiuta il parallelismo: i partigiani italiani erano laici, o quantomeno plurali nella loro ispirazione. Hezbollah è un'organizzazione islamica sciita che si ispira alla dottrina del Velayat-e Faqih, la guida del giurista islamico teorizzata da Khomeini. Come si può paragonare la laicità resistenziale con il fondamentalismo religioso?
La risposta è che questa obiezione rivela più pregiudizi sull'Islam che argomentazioni storiche sull'organizzazione della resistenza. Prima di tutto: la Resistenza italiana non era affatto laica in senso univoco. La Democrazia Cristiana e le brigate «Fiamme Verdi» avevano una fortissima ispirazione cattolica, e la Chiesa — almeno quella di base, parroci e conventi — fu spesso parte attiva della rete di supporto partigiana. L'ispirazione religiosa nella resistenza armata non è un'anomalia islamica: è un dato storico ricorrente nelle resistenze europee.
In secondo luogo: la dimensione religiosa di Hezbollah va letta nel suo contesto civilizzazionale. L'Islam sciita ha una teologia del martirio, dell'oppressione e della resistenza — elaborata nei secoli a partire dalla tragedia di Karbala — che offre ai combattenti un quadro simbolico di senso straordinariamente potente. Non diversamente da come il cattolicesimo resistenziale italiano trasformava la morte partigiana in sacrificio redentivo, in testimonianza, in martirio civile. La grammatica è diversa; la funzione antropologica e politica è la stessa.
L'ispirazione religiosa nella resistenza armata non è un'anomalia islamica. È un dato storico ricorrente. La grammatica è diversa; la funzione è la stessa.
Ogni occupazione genera collaborazionisti. Questa è forse la parte più scomoda del parallelismo, perché tocca la memoria interna delle comunità occupate — le fratture, le delazioni, i compromessi. Nell'Italia occupata, il collaborazionismo con i nazifascisti non fu marginale: coinvolse l'apparato statale della RSI, le forze di polizia, settori del mondo economico e mediatico. La guerra civile che si combatté tra il settembre 1943 e l'aprile 1945 fu lacerante, e le sue ferite impiegarono decenni a rimarginarsi — con la rimozione, non con l'elaborazione.
Nel Libano meridionale, l'Esercito del Libano del Sud — la milizia finanziata, armata e comandata da Israele — svolgeva esattamente la funzione delle forze ausiliarie collaborazioniste: presidiava il territorio per conto dell'occupante, combatteva contro la resistenza locale, gestiva la prigione di Khiam dove venivano torturati i prigionieri. Quando Israele si ritirò nel maggio 2000, questa milizia si sgretolò nel giro di ore — come si sgretolarono le strutture della RSI nell'aprile 1945. I collaborazionisti fuggirono o si consegnarono. Il parallelo è crudele nella sua precisione.
Anche la dinamica della guerra civile è presente nel contesto libanese, sebbene con caratteri diversi. La guerra civile libanese (1975-1990) fu un conflitto multidimensionale in cui le milizie sciite, tra cui Amal prima e Hezbollah poi, furono solo uno degli attori. Ma la tensione tra comunità, tra chi resisteva e chi collaborava, tra chi accettava la presenza israeliana come male minore e chi la combatteva, rispecchia le stesse fratture che laceravano l'Italia occupata.
Il maggio 2000 è una data che quasi nessun commentatore europeo ricorda con la stessa intensità con cui ricorda il 25 aprile 1945. Eppure è, strutturalmente, la stessa cosa: il ritiro di un esercito di occupazione di fronte alla resistenza armata di una popolazione che non aveva smesso di combattere. Israele si ritirò dal Libano meridionale senza accordo di pace, senza condizioni negoziate, semplicemente perché il costo umano e politico dell'occupazione era diventato insostenibile. Hezbollah aveva vinto.
I partigiani italiani vinsero la loro guerra — con il decisivo aiuto degli Alleati, è vero, ma l'apporto militare e soprattutto morale della Resistenza fu reale, documentato, determinante nell'accelerare il crollo della RSI. Eppure nessuno in Europa mette in discussione la legittimità di quella vittoria. La vittoria di Hezbollah nel 2000 — confermata e consolidata dalla resistenza alla guerra del luglio-agosto 2006, quando Israele non riuscì a ottenere nessuno dei suoi obiettivi dichiarati — viene invece sistematicamente rimossa dal discorso pubblico europeo, o reinterpretata come prova della «minaccia» che Hezbollah rappresenterebbe.
Israele si ritirò dal Libano senza accordi, senza condizioni: semplicemente perché non riusciva più a sostenere il costo dell'occupazione. Hezbollah aveva vinto. Nessuno in Europa ne parla come di una liberazione.
Il riconoscimento postumo è uno degli indicatori più rivelatori del doppio standard applicato alle resistenze. I partigiani italiani — comunisti inclusi, nonostante la Guerra Fredda — furono riconosciuti come combattenti per la libertà, celebrati, commemorati, inseriti nel pantheon fondativo della Repubblica. Hezbollah resta classificato come organizzazione terroristica dall'Unione Europea nella sua componente armata, nonostante abbia vinto una guerra di liberazione, nonostante partecipi alla vita politica libanese con rappresentanti parlamentari eletti, nonostante gestisca una rete di servizi sociali che nessuno Stato libanese ha saputo replicare.
Il cuore del problema non è storiografico: è politico. Il doppio standard con cui l'Europa tratta le resistenze armate non deriva da una coerente applicazione del diritto internazionale o della teoria della guerra giusta. Deriva da una scelta politica: sostenere le resistenze che combattono i nemici dell'Occidente, criminalizzare quelle che combattono i suoi alleati.
I partigiani jugoslavi di Tito combatterono con metodi brutali, liquidarono i collaborazionisti con esecuzioni sommarie, operarono in un contesto di durissima guerra civile. Furono riconosciuti, onorati, ricevuti dai governi alleati. L'IRA irlandese combatté per decenni contro l'occupazione britannica dell'Ulster: oggi, a distanza di tempo, il suo ruolo storico viene valutato con ben altra complessità di quanto non si faccia con le resistenze arabe. L'ANC sudafricana era classificata come organizzazione terroristica dagli USA fino al 2008 — Nelson Mandela compariva nelle liste del Dipartimento di Stato americano. Oggi Mandela è un'icona universale.
Il parametro non è la violenza in sé — tutte le resistenze armate usano violenza, per definizione. Il parametro è chi è il nemico. Se il nemico è uno dei nostri nemici, la resistenza è legittima. Se il nemico è uno dei nostri alleati, la resistenza è terrorismo. Questa è la realpolitik che si nasconde sotto il linguaggio dei valori.
Il parametro non è la violenza. Tutte le resistenze armate usano violenza. Il parametro è chi è il nemico. Se è uno dei nostri, la resistenza è terrorismo. Se è uno dei loro, è liberazione.
L'onestà intellettuale impone di registrare anche le differenze, che esistono e che non vanno minimizzate. La Resistenza italiana operava in un contesto di guerra mondiale in cui la sconfitta del nazifascismo era l'obiettivo convergente delle maggiori potenze; Hezbollah agisce in un contesto geopolitico molto più complesso, in cui la sovrapposizione tra resistenza all'occupazione israeliana, conflitto settario regionale, ruolo dell'Iran e proiezione di potenza siriana ha prodotto ambiguità e compromessi non sempre riducibili alla categoria pura della resistenza.
La partecipazione di Hezbollah alla guerra civile siriana a partire dal 2012 — in difesa del regime Assad, contro oppositori siriani, incluse forze non jihadiste — è una scelta che non può essere ricondotta alla logica della resistenza all'occupazione israeliana. È una scelta geopolitica, dettata da calcoli strategici e da legami di alleanza, che ha prodotto morti civili siriani e che rappresenta una pagina ben diversa dalla liberazione del Libano meridionale. I partigiani italiani, per quanto lacerati da contraddizioni interne, non combatterono mai in paesi terzi per conto di una potenza regionale.
Analogamente, gli attacchi terroristici attribuiti a Hezbollah fuori dal territorio libanese — a cominciare dall'attentato alla AMIA di Buenos Aires nel 1994, per il quale la responsabilità è contestata ma non esclusa — rappresentano un piano d'azione che la Resistenza italiana non contemplò mai. Il partigiano che tendeva un'imboscata a una colonna nazista nel Canavese non è comparabile, eticamente e politicamente, con chi piazza un'autobomba in un Paese terzo contro civili non belligeranti.
Le differenze contano. Ma non invalidano il parallelismo strutturale per la parte che gli appartiene: la resistenza all'occupazione militare straniera nel proprio territorio, con i mezzi disponibili, da parte di una popolazione che non aveva altre opzioni.
C'è un'ultima dimensione del parallelismo che merita attenzione: il modo in cui la memoria di queste resistenze viene costruita, contesa e strumentalizzata. In Italia, la memoria della Resistenza è stata a lungo al centro di un conflitto politico irrisolto. La destra post-fascista ne ha cercato per decenni la relativizzazione, mentre la sinistra l'ha trasformata in mito fondativo spesso semplificato, epurato delle sue contraddizioni interne.
Nel caso di Hezbollah, la battaglia della memoria è ancora più acuta perché è ancora in corso. Israele e i suoi alleati occidentali hanno tutto l'interesse a mantenere la narrazione del «gruppo terroristico» anche per quanto riguarda la fase resistenziale, perché riconoscere la legittimità di quella resistenza significherebbe riconoscere l'illegittimità dell'occupazione da cui nacque. La criminalizzazione retroattiva serve a coprire la violazione del diritto internazionale che la precedette.
I partigiani italiani ebbero la fortuna storica di combattere contro un nemico — il nazifascismo — che il mondo intero aveva interesse a vedere sconfitto e demonizzato. Hezbollah ha combattuto contro un alleato strategico dell'Occidente. Questa asimmetria geopolitica è l'unica vera ragione per cui le due memorie vengono trattate in modo così radicalmente diverso.
I partigiani ebbero la fortuna di combattere contro un nemico che il mondo voleva demonizzare. Hezbollah ha combattuto contro un alleato dell'Occidente. Questa è l'unica vera differenza che conta, nell'ipocrita gerarchia delle memorie.
Non si tratta di santificare Hezbollah. Non si tratta di cancellare le sue contraddizioni, i suoi errori, i suoi crimini laddove documentati. Si tratta di applicare ai popoli e ai movimenti del Sud del mondo gli stessi strumenti analitici che applichiamo alle nostre storie. Si tratta di smettere di usare la storia come specchio compiacente in cui specchiarci nella nostra eccezionalità morale, e cominciare a usarla come uno strumento di comprensione reale.
Quando un europeo dice «i nostri partigiani erano eroi, Hezbollah sono terroristi», sta dicendo in realtà qualcosa di molto più semplice e molto meno nobile: «la nostra violenza era giusta, la loro no». Sta applicando il vecchio principio coloniale per cui i popoli dominati non hanno diritto alla stessa soggettività storica dei popoli dominanti.
Il 25 aprile dovrebbe insegnarci qualcosa di universale, non di particolaristico. Non «la Resistenza italiana era nobile perché era italiana», ma «un popolo che subisce l'occupazione militare straniera ha il diritto di resistere». Se questa proposizione è vera — e la nostra Costituzione, nata da quella Resistenza, ci dice che è vera — allora è vera anche per i libanesi del sud che per ventidue anni vissero sotto l'occupazione israeliana. O quella verità vale per tutti, oppure non è una verità: è solo un privilegio travestito da principio.
Raimondo Schiavone















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