Blog di Raimondo Schiavone e amici

LA REPUBBLICA DEL GOMMONE Ovvero: come trasformare 3.900 persone in una invasione biblica

Esiste una forma moderna di alchimia politica che meriterebbe uno studio universitario. Non trasforma il piombo in oro — sarebbe persino più credibile — ma riesce nell’impresa assai più sofisticata di trasformare i numeri in narrazione. E la narrazione, nel nostro tempo, vale infinitamente più della realtà.
È esattamente ciò che sta accadendo attorno all’America’s Cup a Cagliari.
Sia chiaro: nessuno mette in discussione la portata internazionale dell’evento. Nessuno nega il valore mediatico di immagini che fanno il giro del mondo associando la Sardegna a una competizione globale. Sarebbe sciocco farlo. Sarebbe persino provinciale negare l’evidenza di una vetrina internazionale importante.
Ma una cosa è valorizzare un territorio. Un’altra è trasformare la comunicazione istituzionale in un ramo minore della letteratura fantasy.
Per giorni abbiamo assistito a titoli enfatici, dichiarazioni trionfali, editoriali grondanti entusiasmo obbligatorio. Venticinquemila arrivi. Quarantacinquemila presenze. Una città travolta dal turismo internazionale. Una sorta di Woodstock nautica con catering istituzionale, prosecco tiepido e politici in posa plastificata davanti alle vele.
Peccato che poi esistano i dati ufficiali.
E i dati hanno un difetto terribile: non partecipano alle conferenze stampa.
La piattaforma della Regione Sardegna sugli arrivi aeroportuali racconta infatti una storia molto meno epica e molto più matematica. Nel periodo tra il 18 e il 24 maggio 2026 gli arrivi sull’aeroporto di Cagliari sono stati 60.577. Nello stesso periodo del 2025 erano 56.634.
Differenza reale: 3.943 persone.
Non venticinquemila. Non quarantacinquemila. Non l’invasione planetaria descritta da certa stampa locale con l’enfasi di chi attendeva lo sbarco in Normandia.
E attenzione: quei numeri andrebbero persino contestualizzati. Perché nel frattempo sono aumentati voli, collegamenti, frequenze e rotte stagionali. Una parte dell’incremento è fisiologica, indipendente dall’evento stesso.
Tradotto dal politichese all’italiano: il boom raccontato in questi giorni semplicemente non esiste.
A meno che — come ormai ironizza mezza città — gli altri quasi 50 mila visitatori non siano arrivati in gommone.
Perché una spiegazione logistica bisogna pur trovarla a questa folla invisibile che compare miracolosamente nei comunicati stampa ma sparisce davanti ai dati ufficiali. Una presenza quasi mistica: non si vede, non si misura, ma bisogna aver fede nella sua esistenza.
Ed è qui che emerge il lato più malinconicamente provinciale dell’intera vicenda. Non l’evento, che resta importante. Ma il bisogno compulsivo di trasformare qualunque occasione internazionale in una epopea economica totale, in una liberazione nazionale, in una narrazione da cinegiornale anni Cinquanta.
È il solito complesso della periferia che, appena riceve attenzione dall’esterno, sente il bisogno di esagerare tutto. Come quei parenti che raccontano di avere cento invitati a cena quando in casa erano in quindici e tre se ne sono pure andati prima del dolce.
La Sardegna meriterebbe invece una classe dirigente capace di raccontare la realtà senza bisogno di gonfiarla come un materassino da spiaggia. Perché il punto non è negare l’utilità dell’America’s Cup. Il punto è che l’ossessione propagandistica finisce per rendere poco credibile perfino ciò che di buono realmente esiste.
E infatti il cittadino vede una città normalissima di maggio — certamente più viva, certamente più frequentata — mentre contemporaneamente legge articoli che descrivono Cagliari come Dubai durante Expo.
Un’esperienza quasi psichedelica.
Naturalmente attorno a tutto questo si muove la rituale processione dei professionisti dell’entusiasmo: politici in cerca di fotografie, giornali locali trasformati in uffici stampa paralleli, opinionisti che scambiano il marketing territoriale per analisi economica.
Eppure basterebbe poco. Basterebbe dire la verità.
L’America’s Cup è una vetrina importante. Porta immagine, relazioni, posizionamento internazionale. Può produrre effetti nel medio periodo. Può essere utile alla città e alla Sardegna.
Ma i numeri miracolosi raccontati in queste settimane appartengono più alla fantascienza statistica che alla realtà.
E il problema non è nemmeno l’esagerazione. La Sardegna, in fondo, ha sempre avuto una certa inclinazione poetica.
Il problema è che qui non si sta più promuovendo un evento: si sta tentando di sostituire la realtà con la propaganda.
Solo che la matematica ha una caratteristica profondamente antipatica per chi governa di slogan: non applaude, non vota e non legge i giornali amici.
E soprattutto non arriva in gommone.
Raimondo Schiavone 

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