La nascita dello Stato di Israele nel 1948 è uno degli eventi più controversi e determinanti del Novecento. Viene spesso raccontata come una legittima “rinascita” di un popolo perseguitato, ma la realtà storica è ben più torbida: lo Stato israeliano nasce nella violenza, nella pulizia etnica della popolazione araba, nel terrorismo delle milizie sioniste e, soprattutto, nel gioco sporco della politica internazionale, dove il denaro, le pressioni e il ricatto furono determinanti.
Il 14 maggio 1948, David Ben Gurion proclama unilateralmente la nascita dello “Stato di Israele”. Poche ore dopo, il presidente americano Harry Truman riconosce lo Stato… ma solo “de facto”. Cioè, un riconoscimento pratico, non giuridico. Non “de jure”. Perché? Perché Truman era ben consapevole che quel neonato Stato non rispettava nessuno dei criteri giuridici internazionali per definirsi tale: non aveva confini stabiliti, non aveva una Costituzione, non aveva un esercito regolare e, soprattutto, era sorto su un territorio strappato con la forza a chi lo abitava da secoli, attraverso massacri e deportazioni come quelli perpetrati a Deir Yassin.
Gli Stati Uniti, almeno formalmente, erano ancora vincolati alla risoluzione 181 dell’ONU, quella che prevedeva la creazione di due Stati in Palestina, uno ebraico e uno arabo, con Gerusalemme sotto amministrazione internazionale. Ma il piano saltò subito per colpa dell’azione delle milizie sioniste: Irgun, Haganah, Lehi – veri e propri gruppi terroristici – scatenarono un’ondata di attacchi, attentati, bombardamenti e pulizie etniche per “creare i fatti compiuti”. La Nakba, cioè l’espulsione forzata di 750.000 palestinesi, era in pieno svolgimento.
Nel 1948 Truman era in crisi. La sua rielezione appariva improbabile: l'opinione pubblica era stanca, la sinistra democratica si era spaccata, i repubblicani erano favoriti, e Henry Wallace lo stava sfidando da sinistra. Serviva un miracolo. E il miracolo arrivò… in cambio del riconoscimento di Israele.
Nel libro "A Safe Haven: Harry S. Truman and the Founding of Israel" di Allis e Ronald Radosh, emerge chiaramente come le pressioni del potente lobby sionista americana furono determinanti. Truman era indeciso, i suoi consiglieri al Dipartimento di Stato (tra cui George Marshall) lo sconsigliavano apertamente: riconoscere Israele avrebbe scatenato l’ira del mondo arabo e compromesso gli interessi americani in Medio Oriente. Ma la lobby sionista – guidata da personaggi come Chaim Weizmann e Nahum Goldmann – intensificò la pressione. Fondi, appoggi mediatici, promesse di mobilitazione dell’elettorato ebraico in favore di Truman.
Nel luglio del 1948, la svolta: Truman accetta il sostegno sionista alla sua campagna elettorale. In cambio, promette il riconoscimento pieno dello Stato ebraico. Alla vigilia delle elezioni, i sionisti riversano fondi, favori e appoggi a Truman, e riescono a neutralizzare parte dell’opposizione democratica alla linea pro-Israele. Truman vince di misura, clamorosamente. A novembre, con un gesto di rottura rispetto al Dipartimento di Stato, gli Stati Uniti riconoscono ufficialmente Israele anche de jure.
Il patto è suggellato. Un patto fondativo, destinato a segnare la politica americana per i decenni successivi. I presidenti americani, da quel momento in poi, si misureranno sul grado di fedeltà alla causa sionista. Chi non si piega, cade. Chi si allinea, prospera. Kennedy tentò di opporsi al programma nucleare israeliano? Morto. Carter osò usare la parola “Palestina”? Bandito. Chi invece ha servito il sionismo – da Reagan a Biden – ha ricevuto sostegno illimitato, fondi, silenzi e applausi.
La narrativa costruita successivamente ha volutamente occultato questo ricatto storico. Hollywood, i media mainstream e la pubblicistica occidentale hanno fatto il resto: Israele, da Stato fondato sul terrorismo, diventa “la sola democrazia del Medio Oriente”; da carnefice diventa vittima. Truman viene ricordato come un “grande umanista” che aiutò i sopravvissuti dell’Olocausto, quando in realtà vendette la politica estera americana per una manciata di voti e di dollari.
La verità storica è un’altra: Israele nasce come progetto coloniale sionista, imposto con la violenza, riconosciuto con il ricatto e mantenuto con l’ipocrisia. E l’intera classe politica americana – da Truman in poi – è stata ostaggio di quella lobby che nel 1948 ottenne tutto, e da allora non ha mai smesso di chiedere. E ottenere.
La storia non si può riscrivere, ma si può finalmente raccontare.
Raimondo Schiavone















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