Blog di Raimondo Schiavone e amici

La misoginia che non si dice, ma si sente

C’è stato un tempo in cui non ci credevo. Pensavo che certe accuse fossero esagerazioni, che parlare di misoginia, soprattutto nel lavoro, fosse un modo facile per spiegare le frustrazioni. Oggi, invece, devo ammettere che mi sbagliavo. Non parlo di episodi clamorosi o di discriminazioni gridate: quelle sono sotto gli occhi di tutti e trovano, per fortuna, condanne pubbliche. Parlo di qualcosa di più sottile, di più nascosto, che non si vede e non si ammette mai apertamente: una misoginia latente, che serpeggia negli ambienti professionali e che ho iniziato a riconoscere con maggiore lucidità.

È un sentimento che spesso non nasce dalla cattiveria, ma dalla paura. La paura che hanno alcuni uomini — soprattutto manager, dirigenti, figure abituate a controllare e a decidere — di confrontarsi con donne che non hanno bisogno di protezione, che non cercano conferme, che sanno gestire affari, relazioni, processi complessi con una naturalezza che mette in discussione la sicurezza maschile.

Ho notato che questa paura si manifesta nei dettagli: un’idea ascoltata con sufficienza e poi riproposta da un uomo come se fosse nuova; una decisione importante presa senza interpellare chi, donna, aveva competenze evidenti; un riconoscimento taciuto, come se elogiare apertamente una collega fosse un segno di debolezza. Sono dinamiche che spesso non vengono nemmeno percepite da chi le mette in atto. Eppure esistono, e fanno male.

Non sto dicendo che sia una regola universale. Ho incontrato uomini capaci di lavorare accanto a donne forti con rispetto e ammirazione sincera. Ma troppo spesso, nei contesti professionali, prevale ancora la logica del “controllo”. E quando il manager maschio si trova davanti a una donna autonoma, che non chiede permesso per esprimere il suo valore, scatta un meccanismo di difesa: il silenzio, l’esclusione, la svalutazione.

Quello che mi colpisce, oggi, è che non si tratta di odio, ma di fragilità. La misoginia latente non nasce dalla convinzione di superiorità, bensì dal timore di non reggere il confronto. È come se molti uomini vivessero la competenza femminile come un pericolo per la propria autostima. Non è un male gridato, non è un muro che si alza: è piuttosto una cortina trasparente, difficile da vedere, ma che c’è e ostacola.

Per molto tempo ho pensato che le donne esagerassero quando parlavano di queste dinamiche. Oggi, guardando meglio, ascoltando di più, osservando con attenzione ciò che accade intorno a me, mi accorgo che invece avevano ragione. E riconoscerlo non è semplice, perché significa ammettere che siamo tutti immersi in un sistema di relazioni che riproduce schemi antichi.

Forse il vero punto è questo: molti uomini non hanno paura delle donne in quanto tali, ma delle donne che non dipendono da loro. Quelle che non cercano di compiacerli, che non hanno bisogno di legittimazioni esterne per andare avanti. Sono queste le donne che fanno paura, perché smascherano un vuoto, mettono in crisi la narrazione del maschio “leader naturale”.

Oggi mi interrogo: quanto di questa paura vive anche in me? Quante volte, senza accorgermene, ho minimizzato, escluso, sminuito? Non è facile confessarlo, ma credo che l’unico modo per crescere — come persone, prima ancora che come professionisti — sia guardare in faccia questa realtà. Ammettere che esiste, che ci attraversa, e che possiamo disinnescarla solo se iniziamo a parlarne.

La misoginia latente non è un atto di violenza, non è una frase volgare. È più subdola. È quella sottile pressione che costringe le donne a dover dimostrare sempre un po’ di più, a giustificare ogni risultato, a lottare per essere riconosciute in ciò che per un uomo sarebbe dato per scontato. Ed è per questo che fa così male.

Forse il primo passo è proprio questo: smettere di negarla. Riconoscerla, anche in noi stessi, e avere il coraggio di dire che c’è. Solo così, lentamente, potremo trasformarla da paura in rispetto, da difesa in collaborazione.

Raimondo Schiavone 

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