Blog di Raimondo Schiavone e amici

La geopolitica del “suca”: quando i bos mafiosi del mondo scoprono il limite della loro arroganza

Ci sono frangenti storici in cui la grammatica delle relazioni internazionali si svuota del suo formalismo e rivela, senza più filtri, la propria natura più cruda. Non è più il tempo delle mediazioni sofisticate, delle formule diplomatiche calibrate al millimetro: è il tempo in cui il potere si esprime nella sua versione più primitiva, quasi tribale, fatta di intimidazioni, posture muscolari e tentativi di dominio.
È esattamente dentro questa torsione che si colloca l’ennesima uscita di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, due figure che sembrano sempre più muoversi secondo logiche da capobastone più che da leader di sistemi democratici complessi. La Spagna diventa il bersaglio contingente, il teatro su cui mettere in scena una dimostrazione di forza che ha poco a che fare con la politica e molto con l’esercizio dell’autorità fine a sé stessa.
Il punto, tuttavia, non è l’episodio in sé. Sarebbe riduttivo leggerlo come una semplice tensione bilaterale o come l’ennesimo attrito tra alleati imperfetti. Qui siamo di fronte a qualcosa di più profondo: un progressivo slittamento del paradigma occidentale, in cui la legittimità non viene più cercata nel consenso o nella costruzione di equilibri, ma nell’imposizione e nella capacità di intimidire.
È una mutazione culturale prima ancora che politica.
E proprio per questo, paradossalmente, la risposta più efficace non nasce nei think tank o nei vertici multilaterali, ma nei luoghi dove il linguaggio conserva ancora una sua autenticità non addomesticata. In Sicilia, ad esempio, dove la sintesi supera la retorica e la chiarezza batte l’ipocrisia, esiste una parola capace di condensare un intero posizionamento geopolitico: suca.
Ridurla a espressione volgare significherebbe non coglierne la portata simbolica. In realtà, è una forma di resistenza linguistica. È la negazione radicale di una gerarchia imposta. È il rifiuto di riconoscere come legittima un’autorità che si manifesta attraverso la sopraffazione.
Tradotto nel lessico delle relazioni internazionali, significa sottrarsi al ricatto, disinnescare la logica del dominio, riaffermare un principio di autonomia che non accetta di essere negoziato sotto minaccia.
La Spagna, in questa dinamica, assume un valore paradigmatico. Non è soltanto un Paese sotto pressione, ma diventa il punto di verifica della capacità europea di reagire a un modello di potere che pretende obbedienza più che cooperazione. Accettare questo schema significherebbe normalizzarlo. Respingerlo, invece, comporta un costo, ma restituisce dignità politica.
Ed è qui che il cortocircuito diventa evidente.
Da un lato, un’élite globale che continua a recitare il copione della diplomazia mentre pratica logiche di intimidazione. Dall’altro, una risposta che nasce dal basso, essenziale, quasi brutale nella sua semplicità, ma proprio per questo straordinariamente efficace.
Perché, alla fine, tutta questa complessità può essere ricondotta a un principio elementare: esiste un punto oltre il quale la pressione diventa abuso, e l’abuso merita una risposta.
Non edulcorata. Non mediata. Non negoziata.
Semplicemente respinta.
Raimondo Schiavone 

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