In queste settimane ho fatto il trasloco del mio ufficio. Un gesto banale, pratico. Scatoloni, carte, cassetti svuotati. Ma chiunque abbia traslocato sa che non è mai solo un’operazione logistica: è un attraversamento della memoria.
E infatti, come accade sempre, riaffiorano cose che avevi custodito con cura e poi lasciato sedimentare nel tempo.
In una busta gialla ho trovato una foto di Franco Pintus.
Non una foto qualsiasi. Una di quelle che non ti guardano: ti interrogano.
Di Franco ho già scritto. Ne ho parlato in questo blog. Ma ci sono storie che non si esauriscono in un articolo, perché non appartengono al passato: appartengono alla coscienza.
Franco Pintus era un uomo vero. E lo era in un senso oggi quasi incomprensibile: aveva ideali, li difendeva e non li negoziava. Per questo è stato assassinato. Per mano mafiosa.
E no, non è una parola usata per enfasi. È una parola pronunciata da una sentenza. È storia giudiziaria. È storia della Sardegna. È una verità certificata che qualcuno preferisce rimuovere.
Quello che continuo a non riuscire a sopportare non è il ricordo doloroso. È il silenzio.
Il silenzio delle istituzioni.
Il silenzio di chi avrebbe il dovere di ricordare.
Il silenzio di chi occupa ruoli pubblici e si gira dall’altra parte.
E allora mi domando, ancora oggi: avete paura?
Paura di cosa? Di un nome? Di una verità accertata? Di una storia che dimostra che anche qui, in Sardegna, la mafia è esistita, ha colpito e ha lasciato morti veri?
Oppure non prendete posizione perché siete ignoranti. Perché non conoscete – o fate finta di non conoscere – la storia di un uomo e di un processo che ha portato, per la prima e unica volta, a condanne per associazione mafiosa nell’isola.
Un fatto enorme. Storico. Che meriterebbe memoria, studio, rispetto.
O forse, ed è l’ipotesi più meschina, non vi interessa.
Perché non porta consenso.
Perché non fa follower.
Perché non genera like.
Perché non conviene.
Rimango sconcertato. Davvero.
E sia chiaro: non servono a nulla i like sotto i post, i messaggi privati di solidarietà, i “ti sono vicino” sussurrati lontano dagli occhi pubblici. Sostegno a chi?
A me? No.
Il sostegno serve alla verità. Serve alla memoria collettiva. Serve a dire, pubblicamente, da che parte si sta.
La storia è maestra, dicevano i Romani. Ma lo è solo per chi ha il coraggio di ascoltarla. Ricordare serve a non ripetere gli errori, a non far finta che certe cose non siano mai accadute.
E invece c’è chi preferisce dimenticare.
O peggio: c’è chi lavora perché gli altri dimentichino.
Il silenzio non è mai neutro.
Il silenzio è una scelta.
E davanti a storie come quella di Franco Pintus, il silenzio uccide due volte.
Raimondo Schiavone















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