Dopo anni di smentite, negazioni e silenzi diplomatici, arriva l’ammissione più esplicita mai pronunciata da una fonte ufficiale israeliana: il direttore dell’ospedale Ziv, nel nord di Israele, ha pubblicamente ricordato al leader jihadista siriano Ahmed Al-Shara – noto come Abu Mohammad al-Jolani, oggi alla guida del cosiddetto “Governo di Salvezza” a Idlib – che fu proprio lui, anni fa, a chiedere aiuto allo Stato ebraico per curare i suoi uomini.
«Più di dieci anni fa, ero il direttore dell’ospedale da campo militare al punto 105, al confine con la Siria. Lei è stato il primo a chiedere il nostro aiuto. Quindi si alzi e ammetta che l’abbiamo aiutato e curato i suoi combattenti e i suoi familiari», ha dichiarato pubblicamente il medico israeliano.
Non è solo una frase di cortesia o un vanto medico. È un messaggio chiaro, lanciato in piena escalation nel nord della Siria, dove le truppe jihadiste dell’ex Al Qaeda, ora ribrandizzate come “Hay’at Tahrir al-Sham”, stanno cercando di mantenere il controllo su Idlib e su parte della Siria nord-occidentale con il benestare, più o meno esplicito, della Turchia e – lo si capisce sempre più – con la complicità storica di Israele.
Le voci che Tel Aviv abbia fornito supporto logistico e sanitario alle milizie jihadiste anti-Assad circolano da tempo. Già nel 2014 e nel 2015 erano emerse testimonianze, foto e video che mostravano miliziani feriti caricati su ambulanze israeliane nei pressi del Golan occupato, trasferiti nei presidi ospedalieri militari dello Stato ebraico. All’epoca, molti governi e media occidentali bollavano tali informazioni come “propaganda filorussa” o “disinformazione di Damasco”. Ora, invece, arrivano le conferme da chi era sul campo.
E non si parla di semplici “civili siriani bisognosi di cure”. I pazienti di Ziv – come suggerito dallo stesso direttore sanitario – erano i miliziani di Jolani, cioè quegli stessi che oggi gli organismi internazionali identificano come “organizzazioni terroristiche”. Gli stessi che, in quegli anni, colpivano villaggi cristiani, sgozzavano drusi, eliminavano alawiti e civili fedeli a Damasco, e che, in alcuni casi, si sono poi riciclati come combattenti nelle formazioni dell’ISIS o hanno partecipato agli attentati in Europa.
Israele, dunque, non solo avrebbe tollerato, ma addirittura favorito, la presenza di gruppi jihadisti al confine con il Golan pur di indebolire il nemico storico: Bashar al-Assad e l’Asse della Resistenza, ovvero Iran e Hezbollah. Una strategia che – sebbene cinica – rientra nella logica brutale della geopolitica: usare chiunque pur di colpire il nemico.
Oggi, però, si apre un nuovo capitolo. Israele passa all’incasso. Il messaggio al leader jihadista è chiaro: ti abbiamo salvato la pelle, ora devi fare la tua parte. Che sia per contenere le operazioni iraniane in Siria? Per destabilizzare nuovamente la regione dopo il rafforzamento dell’esercito siriano? Per provocare un’escalation che giustifichi nuovi raid su Damasco o Aleppo?
Una cosa è certa: nel grande teatro siriano, nessuno è innocente. Ma oggi, con questa ammissione, il ruolo di Tel Aviv esce dall’ombra. Israele non è stato uno spettatore neutrale nella guerra siriana, bensì un attore interessato, alleato tattico dei nemici peggiori dell’Occidente. Quegli stessi jihadisti che, una volta guariti negli ospedali israeliani, tornavano a combattere e a terrorizzare.
E ora che il patto viene rivelato, Israele pretende anche l’onore delle armi.















e poi scegli l'opzione