Blog di Raimondo Schiavone e amici

Io non parlo più con i sionisti. E non perdono

Non voglio più parlare con i sionisti, con i negazionisti del genocidio palestinese, con chi ha trasformato la menzogna in ideologia e l’orrore in dottrina politica. Non voglio discutere con chi nega l’evidenza, con chi giustifica l’ingiustificabile, con chi chiama “autodifesa” la pulizia etnica di un popolo che da oltre settant’anni vive sotto occupazione, assedio e umiliazione.

Provo un profondo disprezzo per chi finge di non vedere, per chi si rifugia dietro la parola “neutralità”, per chi usa l’ambiguità diplomatica come paravento del proprio silenzio. Queste persone hanno la coscienza sporca. Perché il loro silenzio è complicità, la loro indifferenza è una colpa.

Ora che il rumore delle bombe si è attenuato, che le telecamere si sono spostate altrove e che la parola “pace” riappare nei comunicati dei governi, io sento solo disgusto. Perché questa non è pace: è una farsa. È il tentativo di sotterrare il genocidio palestinese sotto la polvere della storia scritta dai vincitori. Una pace costruita sopra le macerie, sopra i corpi dei bambini, sopra la verità.

La chiamano “riconciliazione”, ma è solo la rimozione di massa del senso di colpa. È l’ipocrisia dei governi occidentali, delle cancellerie che hanno assistito in silenzio al massacro e ora si congratulano tra loro per “aver riportato la calma”. Calma per chi? Per chi ha visto la propria famiglia sterminata, per chi ha perso casa, terra, futuro?

Io non dimentico. Non dimentico le scuole bombardate, gli ospedali rasi al suolo, i giornalisti uccisi, i bambini senza volto. Non dimentico le menzogne ripetute dai media, le parole tagliate, le immagini censurate. Non dimentico le voci soffocate di chi chiedeva aiuto mentre il mondo voltava la testa dall’altra parte.

E ora, mentre si parla di “ricostruzione”, mentre si firmano accordi e si stringono mani insanguinate, io vedo l’ennesimo tentativo di riscrivere la verità. Vogliono cancellare la parola “genocidio”, trasformarla in un “conflitto complesso”, in una “tragedia bilaterale”. Vogliono ridurre la memoria a un archivio diplomatico, addomesticare la coscienza, seppellire la verità sotto le macerie della propaganda.

Ma la verità non si seppellisce. Torna sempre in superficie, come i corpi dei martiri sotto le macerie di Gaza.

Io non parlo più con chi difende il boia, con chi relativizza il male, con chi cerca equilibrio tra vittime e carnefici. Non si può essere neutrali davanti a un genocidio. Chi tace o giustifica si schiera — anche se non lo ammette — dalla parte dell’oppressore.

E allora scelgo di restare dalla parte dei pochi, di quelli che ancora gridano, che non accettano la finta pace, che rifiutano di dimenticare.

La vera guerra non è finita: è quella per la memoria. Perché il potere vuole che tutto passi, che tutto si spenga, che tutto venga riscritto. Io non lo permetterò.

Non perdono chi ha negato, chi ha taciuto, chi ha applaudito. Non perdono chi ha fatto finta di non sapere.

Perché davanti a un genocidio, non si dialoga. Si prende posizione.
E io, senza esitazione, sto con la Palestina.

Raimondo Schiavone 

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