La Coppa America, a Cagliari, è stat raccontata come se il Golfo degli Angeli si fosse improvvisamente trasformato
in Monte Carlo con il maestrale. Titoli enfatici, sorrisi istituzionali,
passerelle, immagini suggestive e quella solita aria da grande evento che in
Sardegna conosciamo bene: prima arrivano le promesse, poi i numeri rotondi,
infine — se va bene — qualcuno chiede dove siano finite le carte.
Il problema non è la vela. La vela è
bellissima, spettacolare, elegante. Il problema è quando una regata preliminare
diventa una gigantesca lavatrice comunicativa: dentro ci entrano soldi
pubblici, delibere, convenzioni, preventivi, stime economiche e comunicati
trionfali; fuori esce la parola magica, “successo”, pronunciata con la
sicurezza di chi spera che nessuno domandi troppo.
E invece le domande vanno fatte. Non per
rovinare la festa, ma perché la festa è stata pagata anche dai cittadini. Se la
Regione Sardegna investe 7 milioni di euro e l’assessore al Turismo parla di 50
milioni di impatto economico immediato, non siamo più nel campo delle
impressioni da banchina. Siamo nel campo dei conti, degli atti amministrativi,
dei contratti, dei controlli e della trasparenza.
La domanda vera, quindi, non è se
l’America’s Cup sia stata bella. La domanda è se sia stata utile, misurabile,
rendicontata e amministrativamente limpida. Perché una cosa è portare un grande
evento in Sardegna. Un’altra è usare un grande evento come scenografia
politica, con i numeri che si gonfiano come vele e gli atti che restano
sottocoperta.
E allora, assessore Cuccureddu, lasciamo
perdere per un momento le foto, i brindisi e le frasi sul ritorno d’immagine.
Qui ci sono dieci domande semplici. Semplici, ma pesanti. Quelle che nessuno
sembra avere troppa voglia di fare.
La trasparenza non è un favore concesso ai
cittadini: è il prezzo minimo da pagare quando si governa con denaro pubblico.
1. Chi ha certificato davvero i numeri dell’America’s Cup?
Assessore Cuccureddu, partiamo dalla
domanda più semplice: chi ha certificato i numeri? Non chi li ha pronunciati in
conferenza stampa, non chi li ha rilanciati nei comunicati, non chi li ha
trasformati in titoli trionfali. Chi li ha certificati.
Lei ha parlato di un impatto economico
immediato di circa 50 milioni di euro, a fronte di un investimento regionale
indicato dalla stampa in 7 milioni. È una cifra enorme, non un aggettivo. Quale
soggetto indipendente ha validato quella stima? Con quale metodo? Su quali
dati? Con quali ipotesi di spesa media, permanenza, pernottamenti e ritorni
fiscali?
2. Perché il dossier tecnico-economico non è già pubblico?
Se l’evento è stato davvero un investimento
strategico, il dossier tecnico-economico dovrebbe essere pubblico, consultabile
e comprensibile. Non un fascicolo introvabile, non un documento da ottenere
dopo mesi di accessi agli atti, non una formula da addetti ai lavori.
Dove sono le proiezioni economiche? Dove
sono gli scenari? Dove sono le analisi indipendenti? Dove sono le stime su
occupazione alberghiera, flussi turistici, spesa media, indotto diretto e
indiretto? Se l’evento valeva davvero 50 milioni, mostrare il calcolo dovrebbe
essere facilissimo. Se il calcolo non c’è, allora bisogna avere il coraggio di
dire che la Sardegna ha comprato una vetrina, non una politica turistica
misurabile.
3. Che cosa è passato davvero tra Regione, Sport e Salute
e ACE?
La parte amministrativa è il cuore della
vicenda. La Regione ha operato attraverso una convenzione con Sport e Salute,
mentre l’organizzazione dell’evento rimanda ad ACE, soggetto legato
all’America’s Cup. È una filiera legittima? Può darsi. Ma proprio per questo
deve essere spiegata fino all’ultimo euro.
Sport e Salute è stata un partner operativo
reale o uno snodo finanziario? Quali atti regolano il rapporto con ACE? Quali
obblighi di rendicontazione sono stati previsti? Quali controlli? Quali
pagamenti? A quali scadenze? Sulla base di quali stati di avanzamento?
4. Perché non pubblicare convenzione, progetto ACE,
preventivo e pagamenti?
Se tutto è stato fatto correttamente, la
trasparenza non dovrebbe fare paura. Dovrebbe essere la prima forma di difesa
politica dell’assessore e della Giunta.
Perché non pubblicare in un’unica pagina la
delibera completa, la convenzione Regione-Sport e Salute, gli atti attuativi,
il progetto ACE, il preventivo, l’atto di indirizzo, il CUP, l’eventuale CIG o
la motivazione della sua assenza, i pagamenti effettuati, i SAL e la
rendicontazione finale? Senza questi documenti, la parola “trasparenza” resta
solo arredamento lessicale.
5. È stata fatta una valutazione sugli aiuti di Stato?
Qui bisogna essere precisi: non si tratta
di affermare in modo superficiale che ci sia stato un aiuto di Stato
illegittimo. Si tratta di chiedere se il problema sia stato valutato.
Se risorse pubbliche regionali sono state
impiegate per finanziare un evento organizzato da un soggetto privato
internazionale attraverso una società pubblica nazionale, chi ha verificato la
compatibilità dell’operazione con la disciplina europea sugli aiuti di Stato?
Esiste un parere? Esiste una nota legale? Esiste un’istruttoria? Se esiste,
venga pubblicata. Se non esiste, il problema non è la domanda: il problema è
l’assenza della risposta.
6. Perché confondere la riuscita sportiva con il successo
turistico?
L’evento sportivo può essere stato bello.
Può avere portato pubblico, immagini spettacolari e visibilità. Ma questa è una
cosa. Un’altra è trasformare quattro giorni di regata preliminare in una prova
del successo delle politiche turistiche regionali.
Cagliari non ha ospitato la finale
dell’America’s Cup. Ha ospitato una regata preliminare. Questo non sminuisce lo
spettacolo, ma ridimensiona la retorica. La Regione ha venduto ai cittadini una
politica turistica o un trailer di lusso pagato con denaro pubblico?
7. Come si spiegano i dati aeroportuali rispetto alla
narrazione del boom?
Secondo i dati circolati nel dibattito
pubblico, nella settimana dell’evento gli arrivi all’aeroporto di Cagliari
sarebbero cresciuti di meno di quattromila unità rispetto all’anno precedente.
È un aumento, certo. Ma non è un terremoto turistico. Non è una rivoluzione.
Non è l’invasione biblica raccontata da certa comunicazione.
Se la Regione dispone di dati diversi o più
completi, li pubblichi. Presenze alberghiere, tasso di occupazione, permanenza
media, spesa media, provenienza dei visitatori, confronti storici. Ma se il
principale dato misurabile resta un incremento limitato, allora la parola
“boom” dovrebbe essere maneggiata con più prudenza e meno trombe.
8. Chi ha misurato davvero l’impatto economico?
La stima dei 50 milioni è il cuore del
racconto. Ma una stima senza metodologia pubblica è solo un numero con il
vestito buono.
Chi ha misurato l’impatto? Una società
indipendente? Un’università? Un centro studi? La Regione? Sport e Salute? ACE?
Quali voci sono state incluse? Trasporti, alberghi, ristorazione, noleggi,
allestimenti, comunicazione, spese dei team? Sono state distinte le spese nuove
da quelle che sarebbero avvenute comunque? Senza questa distinzione, il
moltiplicatore economico diventa una centrifuga: ci entra denaro pubblico, ne
esce retorica.
9. Quanto è costata la propaganda attorno all’evento?
Promuovere la Sardegna è legittimo.
Raccontare una grande manifestazione sportiva è legittimo. Ma quando la
comunicazione pubblica si sovrappone alla celebrazione politica, il cittadino
ha diritto di sapere quanto costa il palcoscenico.
Quanto è stato speso in comunicazione,
uffici stampa, contenuti video, social media, ospitalità, media relations,
eventi collaterali, allestimenti, inviti, trasferte, consulenze e materiale
promozionale? Quali società sono state incaricate? Con quali procedure? Con
quali importi? La domanda non è se la Sardegna debba promuoversi. La domanda è
se la promozione della Sardegna sia diventata, ancora una volta, promozione di
chi governa la Sardegna.
10. L’America’s Cup è servita alla Sardegna o la Sardegna
è servita alla politica dell’America’s Cup?
Questa è la domanda finale. Se l’evento ha
prodotto ricadute reali, la Regione le dimostri. Se ha generato 50 milioni,
pubblichi il metodo. Se i 7 milioni sono stati spesi in modo impeccabile,
pubblichi gli atti. Se la filiera Regione-Sport e Salute-ACE è
amministrativamente solida, renda visibili convenzioni, preventivi, pagamenti e
rendiconti.
In caso contrario, resta un sospetto
politicamente pesantissimo: che la Sardegna abbia pagato milioni per comprare
qualche giorno di euforia istituzionale, trasformando una bella regata
preliminare in una gigantesca operazione di autocelebrazione pubblica. Il vero
sport praticato, a quel punto, non sarebbe la vela. Sarebbe l’acrobazia
contabile.
Queste dieci domande non sono un processo.
Sono il minimo sindacale della democrazia quando la politica usa parole enormi,
numeri enormi e denaro pubblico. Se le risposte sono limpide, vengano date. Se
gli atti sono puliti, vengano pubblicati. Se i conti tornano, vengano mostrati.
Perché il mare può anche essere agitato, ma l’amministrazione pubblica non
dovrebbe mai navigare nella nebbia.
Raimondo Schiavone















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