C’è un limite alla decenza, e poi c’è “Il Riformista”. La prima pagina del 13 luglio 2025 rappresenta una delle più gravi cadute di stile – e di coscienza – del giornalismo italiano degli ultimi anni. Un titolo e una foto a tutta pagina che non informano, non criticano, non analizzano. Adorano. Leccano. Servono.
Un esercizio di servilismo che non ha nulla a che vedere con la libertà di stampa o con il pluralismo delle opinioni. Questa è propaganda travestita da editoria. Una pagina costruita per piacere al potere, per blandirlo, per cercare una carezza da chi comanda anche quando comanda sulle macerie. Il Riformista non fa più giornalismo: fa carriera sulla pelle degli ultimi.
Chi dirige questo giornale – non serve nemmeno nominarlo, tanto è il suo ego a firmare ogni titolo – ha scelto di schierarsi, ma non per convinzione ideologica, non per visione del mondo. Solo per convenienza. Per calcolo. Per stare dalla parte che conta, anche quando quella parte conta i cadaveri. Anche quando quella parte bombarda scuole, ospedali, campi profughi. Anche quando quella parte – come oggi – ha reso Gaza una tomba a cielo aperto e la verità un optional imbarazzante.
Il direttore si arrampica ogni giorno sugli specchi della retorica per giustificare l’ingiustificabile. Si presenta come “voce fuori dal coro” ma canta sempre e solo nel coro dei carnefici. Chiama “libertà” il servilismo, “opinione” la menzogna, “provocazione” l’indecenza. Ma la realtà è un’altra: è un giornalista che ha smesso da tempo di fare il giornalista. È un uomo che usa la penna come uno spazzolone da gabinetto, per lucidare i piedi sporchi del potere.
Il risultato è questa prima pagina oscena. Una celebrazione vigliacca, mascherata da coraggio. Un giornale che non denuncia ma copre. Non illumina ma oscura. Non difende i diritti ma li calpesta.
Chi oggi ancora legge “Il Riformista” lo fa per sport masochista o per farsi una risata amara sull’agonia dell’informazione italiana. Ma chi lo dirige dovrebbe guardarsi allo specchio e avere il coraggio di dire la verità: non è un direttore. È un impiegato della propaganda. Un complice consapevole. Un reduce ideologico che ha trovato nella provocazione il suo unico rifugio dalla marginalità.
Certo, qualche applauso lo otterrà. Dai soliti. Dagli adoratori delle bombe “chirurgiche”, dagli umanisti a corrente alternata, da chi piange per i missili ucraini ma ride dei bambini palestinesi bruciati vivi. Ma la storia – quella vera – si incaricherà di restituire le proporzioni. E chi oggi fa finta di non vedere, domani sarà ricordato come uno dei tanti che hanno girato la testa dall’altra parte mentre accadeva l’irrimediabile.
La prima pagina del 13 luglio non è solo un errore. È una macchia. Una vergogna editoriale. E chi l’ha firmata ha scelto da che parte stare. La parte sbagliata della storia. La parte che farà schifo ai libri, ai posteri e, si spera, anche a qualche redattore con ancora un briciolo di coscienza.
Raimondo Schiavone















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