Blog di Raimondo Schiavone e amici

IL RACCONTO DELLA RESISTENZA: ISRAELE NON VINCE E COLPISCE I CIVILI

Il Segretario Generale di Hezbollah, Naim Qassem, affida a un messaggio duro e senza ambiguità la lettura di ciò che sta accadendo sul campo libanese: Israele non sta vincendo la guerra, e i massacri contro i civili sarebbero il tentativo di nascondere questo fallimento.
Il punto di partenza è il sacrificio. Uomini, donne, bambini e combattenti vengono definiti “martiri giusti”, il cui sangue – nella visione della Resistenza – non è solo perdita ma elemento fondativo della dignità e della futura vittoria. Non una tragedia da subire passivamente, ma un passaggio necessario dentro una logica di confronto esistenziale.
Da qui, la tesi centrale: l’esercito israeliano avrebbe fallito l’obiettivo principale, quello dell’invasione terrestre. Nonostante annunci ripetuti, l’avanzata non si è mai consolidata. Le truppe, secondo questa narrazione, sarebbero cadute in imboscate, i mezzi distrutti nei centri abitati, le strategie continuamente modificate senza mai raggiungere un risultato definitivo.
L’immagine che emerge è quella di un esercito potente ma disorientato: prima l’obiettivo del Litani, poi avanzate limitate, quindi il tentativo di controllare attraverso la sola potenza di fuoco, infine la distruzione diffusa. Una sequenza di cambi di rotta che viene letta come segno evidente di difficoltà strutturale.
Parallelamente, Hezbollah rivendica la propria efficacia operativa. Per oltre quaranta giorni – sottolinea Qassem – razzi, droni e attacchi avrebbero continuato a colpire il territorio israeliano, raggiungendo aree anche distanti come Haifa. Questo elemento diventa cruciale: dimostrare che la capacità offensiva della Resistenza non è stata neutralizzata.
C’è poi un altro punto che nella narrazione assume un valore quasi simbolico: la sorpresa. Israele, secondo il leader sciita, non avrebbe compreso la natura della Resistenza. Mobilità, flessibilità, conoscenza del territorio e capacità difensiva avrebbero messo in crisi un apparato militare costruito su superiorità tecnologica e numerica.
Da qui la conclusione più dura: anche un dispiegamento massiccio – si parla di centomila soldati – non sarebbe sufficiente per occupare il Sud del Libano. Anzi, verrebbe trasformato in un costo umano insostenibile, con soldati esposti a una guerra di logoramento continua.
È in questo contesto che si inserisce l’accusa più grave: i bombardamenti sui civili. Beirut, la Bekaa, il Sud, il Monte Libano – l’intero territorio viene indicato come bersaglio di attacchi intenzionali contro aree densamente abitate. Non come effetto collaterale, ma come scelta deliberata per compensare l’incapacità di ottenere risultati militari sul campo.
Accanto alla dimensione militare, emerge con forza quella sociale. Gli sfollati vengono descritti come esempio di dignità e resilienza, mentre le comunità che li accolgono incarnano un modello di solidarietà nazionale. È un passaggio importante: la guerra non è solo combattuta dai miliziani, ma da un intero popolo che si riconosce nella Resistenza.
Il messaggio finale è netto e privo di aperture: la Resistenza continuerà “fino all’ultimo respiro”. Non è previsto un ritorno alla situazione precedente. Al contrario, si chiede alle istituzioni libanesi di interrompere qualsiasi forma di concessione e di rafforzare un fronte comune tra Stato, esercito, popolo e Resistenza.
In questa visione, il conflitto non è più una fase, ma una traiettoria. Non una crisi da gestire, ma uno scontro da portare fino alle sue conseguenze estreme.
E soprattutto, non una difesa temporanea, ma una battaglia per la sovranità, la dignità e il controllo della propria terra.
Raimondo Schiavone 

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