Blog di Raimondo Schiavone e amici

IL PORTO DI CAGLIARI NON È IL SALOTTO PRIVATO DI PRADA

È da settimane che cerco di raccontare di questa vicenda della Coppa America, nel silenzio di politici e presunti giornalisti, ma oggi vorrei riportare l'attenzione sul principio di tutto. La concessione del Porto in cambio di un tozzo di pane.
Abbiamo assistito ad una narrazione quasi liturgica.
Una lunga celebrazione collettiva dove tutto doveva apparire perfetto: il vento, il mare, gli skipper innamorati di Cagliari, i telecronisti estasiati, il “modello organizzativo”, la città finalmente “internazionale”.
Una specie di musical istituzionale con le vele al posto delle ballerine.
E sia chiaro: nessuno mette in discussione il fascino dell’America’s Cup, né la straordinaria capacità industriale e sportiva di Luna Rossa Prada Pirelli Team. Nessuno discute il peso internazionale di Patrizio Bertelli — marito di Miuccia Prada e dominus dell’operazione Luna Rossa — o il prestigio globale del marchio Prada.
Il problema è un altro.
Il problema comincia nel preciso momento in cui l’emozione sostituisce le domande.
Quando il giornalismo smette di verificare e si trasforma in brochure turistica.
Quando l’ammirazione collettiva anestetizza qualunque riflessione sul rapporto tra patrimonio pubblico, concessioni e interesse generale.
Perché le carte dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna raccontano una storia molto concreta, molto materiale, molto meno poetica delle immagini delle barche sospese sui foil. 
La concessione demaniale marittima assegnata a Luna Rossa per il Molo Ichnusa — identificata come “CA 18/002 – Rep. n. 2790 – Reg. n. 09/19” — decorre dal 25 gennaio 2018.
Riguarda:
piazzali;
pontili;
specchi acquei;
aree operative;
locali della struttura polifunzionale;
spazi logistici e tecnici nel cuore del porto storico di Cagliari. 
Non un magazzino periferico.
Non un lotto industriale dimenticato nel nulla.
Ma uno dei luoghi più strategici, simbolici e preziosi della città.
E qui arrivano i numeri.
Numeri veri.
Numeri ufficiali.
Per il periodo:
20 giugno 2021 – 20 giugno 2022 il canone annuo era pari a 103.091,41 euro;
20 giugno 2022 – 20 giugno 2023 il canone saliva a 112.150,78 euro.
Poco più di centomila euro all’anno.
Ora, formalmente tutto legittimo.
Le norme demaniali prevedono parametri precisi.
Gli atti esistono.
Le proroghe risultano documentate.
Nel 2024 è stato persino pubblicato un avviso pubblico senza opposizioni concorrenti. 
Ma la questione politica ed economica resta gigantesca.
Perché quei circa 112 mila euro annui fanno inevitabilmente riflettere se rapportati al valore reale dell’area occupata.
Tradotto brutalmente nel linguaggio della vita quotidiana cagliaritana: stiamo parlando di cifre paragonabili al costo annuo di un grande negozio commerciale in via Garibaldi.
E questa è la parte che dovrebbe inquietare chiunque abbia ancora un minimo senso delle proporzioni urbane.
Perché qui non si parla di una boutique privata.
Si parla di:
un intero comparto portuale;
una cittadella tecnico-industriale;
hangar;
aree operative;
pontili dedicati;
accessi riservati;
strutture permanenti;
spazi logistici sul mare nel punto più iconico della città. 
Una concessione che, osservata con un minimo di freddezza, appare economicamente parametrata più ad un flagship store commerciale che ad una porzione strategica del porto storico di una capitale mediterranea.
Ed è qui che il silenzio diventa assordante.
Per anni a Cagliari bastava spostare una pedana, modificare una concessione balneare o assegnare qualche metro quadrato di suolo pubblico perché partisse il concerto cittadino della legalità:
esposti;
interrogazioni;
procure;
editoriali indignati;
conferenze stampa moraliste;
“scandalo” in prima pagina;
e il celebre tintinnare mediatico delle manette.
Adesso invece tutto tace.
Un silenzio quasi elegante.
Di classe.
Da salotto buono.
Come se il lusso internazionale producesse automaticamente una sospensione temporanea dello spirito critico.
Eppure le domande restano enormi.
Per esempio: quel canone è davvero proporzionato al valore commerciale, strategico e urbanistico dell’area?
Quale sarebbe oggi il valore di mercato reale di uno spazio equivalente sul waterfront di Cagliari?
Quale imprenditore sardo avrebbe ottenuto:
gli stessi spazi;
le stesse condizioni;
le stesse proroghe;
la stessa rapidità amministrativa;
lo stesso clima mediatico adorante?
Perché il vero nodo non è Luna Rossa.
Luna Rossa fa il proprio mestiere. E lo fa magnificamente.
Il problema è una città che davanti ai grandi marchi globali sembra perdere improvvisamente la capacità di distinguere tra interesse pubblico e fascinazione collettiva.
Così il Molo Ichnusa, che dovrebbe essere percepito come un bene strategico della collettività, viene raccontato come se fosse il naturale prolungamento della lounge hospitality di Prada.
Con la differenza che il porto di Cagliari, almeno teoricamente, appartiene ancora ai cittadini.
Raimondo Schiavone 

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