Blog di Raimondo Schiavone e amici

IL NUOVO GOLFO PERSICO L’Iran, la fine dell’ordine americano e la nascita di un Medio Oriente multipolare

Per oltre quarant’anni ci hanno raccontato che il Medio Oriente fosse una scacchiera semplice: da una parte gli Stati Uniti con le monarchie del Golfo, dall’altra l’Iran degli ayatollah, circondato, isolato, sanzionato, demonizzato. Una narrazione elementare, quasi infantile, utile più ai talk show occidentali che alla comprensione della realtà.

Poi la storia, come spesso accade, ha deciso di umiliare la propaganda.

Oggi il Golfo Persico non è più il lago privato della marina americana. È diventato il centro nevralgico di un nuovo equilibrio mondiale. E l’Iran, nonostante guerre, sanzioni, sabotaggi, isolamento finanziario e operazioni militari, è ancora lì. Ferito, certamente. Ma decisamente vivo.

Anzi, proprio il conflitto degli ultimi mesi ha prodotto un risultato che Washington e Tel Aviv volevano evitare: la nascita di una nuova architettura di sicurezza regionale nella quale Teheran non può più essere esclusa.

Per anni l’Occidente ha immaginato di poter gestire il Golfo attraverso la paura: basi militari americane, portaerei, sistemi antimissile, monarchie dipendenti dalla protezione statunitense e un Iran dipinto come il male assoluto. Ma la realtà geopolitica è molto più complessa dei comunicati NATO scritti da qualche consulente pagato a Bruxelles.

La guerra del 2026 ha dimostrato una verità brutale: nessuno può controllare il Golfo Persico contro l’Iran.

Lo Stretto di Hormuz resta il cuore energetico del pianeta. Basta una tensione in quell’area per far saltare petrolio, assicurazioni marittime, logistica globale e mercati finanziari. Ed è esattamente ciò che è accaduto negli ultimi mesi.

Persino gli Stati del Golfo, storicamente allineati agli Stati Uniti, hanno capito che la stagione della dipendenza assoluta da Washington è finita. Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Oman stanno cercando una strategia diversa: meno ideologia, più pragmatismo. Meno guerra permanente, più equilibrio regionale.

Perché una cosa è diventata evidente persino ai più fanatici sostenitori della “esportazione della democrazia”: distruggere l’Iran significherebbe incendiare definitivamente il Medio Oriente.

E allora ecco emergere il nuovo scenario.

Non più un sistema dominato esclusivamente dagli Stati Uniti, ma un’architettura multipolare nella quale entrano Cina, Russia, Turchia e perfino alcuni Paesi europei relegati ormai al ruolo di spettatori disorientati.

La Cina, in particolare, sta giocando una partita silenziosa ma gigantesca. Pechino non vuole guerre ideologiche: vuole stabilità commerciale. Vuole petrolio, corridoi energetici, rotte sicure. Ed è per questo che sostiene un modello inclusivo di sicurezza regionale nel Golfo, dove anche Teheran abbia un ruolo. Una prospettiva impensabile fino a pochi anni fa.

L’Occidente invece continua spesso a ragionare come se fossimo ancora nel 1991, nell’epoca della Guerra del Golfo trasmessa in diretta CNN come un videogioco.

Ma il mondo è cambiato.

L’America resta una superpotenza militare immensa, ma non è più l’unico arbitro globale. E soprattutto non può più permettersi guerre infinite in Medio Oriente mentre deve contemporaneamente fronteggiare Cina, crisi economica interna, debito gigantesco e tensioni geopolitiche diffuse.

E qui emerge il grande paradosso.

Per vent’anni ci hanno spiegato che l’Iran fosse isolato. Poi scopriamo che Teheran dialoga con Mosca, commercia con Pechino, influenza Iraq, Libano, Yemen, Siria, mantiene relazioni strategiche con parte dell’Asia centrale e riesce persino a condizionare gli equilibri energetici mondiali.

Un isolamento davvero curioso.

Naturalmente nessuno può negare le responsabilità iraniane, le rigidità del regime, le repressioni interne o le ambiguità strategiche della Repubblica Islamica. Ma il problema dell’Occidente è stato un altro: aver sostituito l’analisi geopolitica con la propaganda morale.

E quando la geopolitica viene sostituita dalla propaganda, si finisce inevitabilmente per non capire più nulla.

Così oggi assistiamo a una situazione quasi surreale: gli stessi Paesi arabi che fino a pochi anni fa chiedevano il massimo isolamento dell’Iran, ora lavorano dietro le quinte per costruire meccanismi di sicurezza condivisa nel Golfo Persico.

Perché hanno compreso che il vero pericolo non è soltanto Teheran. Il vero pericolo è il caos.

Il caos delle guerre permanenti.
Il caos delle milizie incontrollabili.
Il caos delle rotte energetiche bloccate.
Il caos dei mercati impazziti.
Il caos di un Medio Oriente trasformato in un laboratorio permanente di destabilizzazione.

E mentre tutto questo accade, l’Europa continua ad apparire come una comparsa diplomatica senza visione strategica. Parla molto di diritti, emette comunicati indignati, organizza summit inutili, ma non incide praticamente su nulla.

Il nuovo Medio Oriente si sta costruendo altrove.

Tra Doha, Muscat, Teheran, Riyad, Pechino e Mosca.

Ed è forse questa la vera notizia che molti in Occidente non vogliono accettare: il mondo unipolare nato dopo la caduta dell’URSS è finito anche nel Golfo Persico.

E quando finisce un ordine geopolitico, non crollano soltanto gli equilibri militari. Crollano soprattutto le narrazioni.

Quelle narrazioni che per anni ci hanno raccontato guerre “umanitarie”, bombardamenti “democratici” e destabilizzazioni vendute come esportazione di civiltà.

Oggi il Medio Oriente non sta diventando più democratico.

Sta diventando semplicemente post-americano. 

Raimondo Schiavone 

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