Un mondo capovolto, dove il carnefice suggerisce il nome del suo compare come apostolo della nonviolenza. Dove chi ha supervisionato lo sterminio sistematico di una popolazione civile, il bombardamento di ospedali, la fame usata come arma di guerra, la cancellazione culturale e fisica di un popolo intero, può ancora parlare — non dal banco degli imputati, ma da quello degli onorati.
Il genocidio di Gaza, ormai certificato da relazioni indipendenti delle Nazioni Unite, dai rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, dai bollettini dei ministeri della sanità palestinesi e dai corpi sfigurati dei bambini, non sembra avere peso nel cuore imbalsamato delle diplomazie occidentali. Eppure i numeri parlano chiaro: decine di migliaia di morti, la maggioranza donne e bambini, in un campo di concentramento moderno a cielo aperto. E mentre il mondo si distrae con convegni e ipocrisie, il carnefice compila moduli e invia raccomandazioni al Comitato Nobel.
Un paradosso degno del teatro dell’assurdo: immaginate Hitler che nel 1943 propone Himmler per il Nobel. O Milosevic che invoca il nome di Karadzic per il Premio per la Riconciliazione. O Sharon che propone Ariel Sharon — ah no, quella è storia vera, e purtroppo c’è già passata sotto silenzio.
L’oscenità di oggi non sta solo nell’azione, ma nell’accettazione. Il genocida che propone il suo sodale come messaggero di pace non è solo un insulto alle vittime: è un’ammissione pubblica della complicità, della sfacciataggine, della certezza dell’impunità. Perché un criminale che sa di poter candidare qualcuno al Nobel, sa anche di non rischiare nulla. Non un tribunale, non un embargo, non una sanzione. Sa che il mondo è abbastanza corrotto, vile e anestetizzato da accettare questo scempio senza battere ciglio.
Ma noi non possiamo restare zitti. Non possiamo vedere la memoria delle vittime trasformata in scenografia da cerimonia. Non possiamo permettere che i Nobel diventino premi di consolazione per chi ha sporcato la terra col sangue dei bambini. Oggi più che mai serve denunciare, urlare, chiamare le cose col loro nome. E dire forte che no, il Nobel per la Pace non può essere la foglia di fico che copre i crimini contro l’umanità.
Perché la pace vera non si scrive con i droni, né si candida con le bombe. E chi semina genocidio non può raccogliere onorificenze. Può solo raccogliere vergogna.















e poi scegli l'opzione