Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il mondo in una stanza (e il petrolio sul tavolo)

C’è un film del 2008 che oggi sembra meno cinema e più documento. W., diretto da Oliver Stone, arriva nel pieno della stagione post-11 settembre, quando la presidenza di George W. Bush è ancora un fatto politico vivo e non materia da archivio. Non è un film neutro, né pretende di esserlo: è una ricostruzione satirica, ma profondamente realista, di un modo di pensare il potere.
Dentro quel racconto c’è una scena — una delle più lucide — che non parla solo dell’Iraq, ma di ciò che viene dopo. Di ciò che conta davvero: energia, rotte, controllo. E soprattutto di un luogo che torna ossessivamente nella geopolitica globale, lo Stretto di Hormuz.
Non è una scena spettacolare. È una stanza. Un tavolo. Uomini che decidono.
E allora vale la pena fermarsi lì, in quella stanza.
La sala era avvolta in un silenzio denso, il tipo di silenzio che precede le decisioni irreversibili. Schermi illuminati proiettavano mappe satellitari sul muro di fondo. Al centro, una cartina del Golfo Persico dominava tutto il resto.
Hargrove si alzò lentamente. Non era un uomo che amava le premesse.
— Parliamo di numeri, prima ancora che di Iran — disse, con la voce piatta di chi ha già tratto le sue conclusioni. — Il mondo consuma energia come non ha mai fatto nella storia. E noi? Noi siamo il cinque per cento della popolazione mondiale. Ma consumiamo il venticinque per cento dell’energia.
Fece una pausa breve, giusto il tempo di lasciare sedimentare il dato.
— Questo significa una cosa sola: il nostro modello non sta in piedi senza controllo delle risorse. E non siamo soli. Cina e Russia stanno arrivando. Avranno lo stesso bisogno. La stessa fame. E non saranno lì ad aiutarci a spegnere l’interruttore quando servirà.
Nessuno si mosse. Il Presidente lo fissava dall'altro capo del tavolo con quella sua espressione a metà tra l'attenzione e l'attesa.
— Ora possiamo parlare di Iran — riprese Hargrove. — Non come lo raccontiamo ai giornali. Come stanno davvero le cose.
Indicò la mappa con un dito pesante.
— Là sotto ci sono riserve che farebbero girare la testa a chiunque. Seconda o terza al mondo, dipende da chi conta. Ma il petrolio, in fondo, è solo il pretesto. Il vero tema è qui.
Avanzò di un passo. Il dito si spostò verso il basso, verso quella striscia d'acqua stretta tra la penisola arabica e la costa iraniana.
— Hormuz. Quaranta chilometri nel punto più stretto. Quaranta chilometri attraverso cui passa quasi un quinto del petrolio consumato ogni giorno sul pianeta. Ogni superpetroliera che rifornisce l'Europa, il Giappone, la Corea — passa di lì. Ogni cargo che tiene in piedi un'economia — passa di lì.
Si fermò. Lasciò che il numero risuonasse.
— Chi tiene in mano quello stretto, — riprese, — non ha bisogno di dichiarare guerre. Può semplicemente alzare un sopracciglio. E i mercati tremano.
Il generale Whitmore si schiarì la voce. — I rischi di un'operazione del genere—
— I rischi. — Hargrove lo interruppe senza alzare la voce, che era la sua forma più efficace di interruzione. — Sì. Parliamo di rischi. Ma parliamo anche di cosa succede se non facciamo niente. Se tra dieci anni qualcun altro siede a quel tavolo. Se qualcun altro decide chi apre e chi chiude il rubinetto.
Girò lo sguardo verso il Presidente. Non era una domanda. Era quasi un'equazione.
— Controlli l'Iran, controlli il Golfo. Controlli il Golfo, controlli i flussi. Controlli i flussi — e non devi più spiegare a nessuno perché il dollaro è ancora la moneta del mondo.
Il Presidente tamburellò le dita sul bordo del tavolo. Una volta. Due volte.
— Stai descrivendo un'occupazione, — disse infine.
— Sto descrivendo una posizione. — Hargrove riprese il suo posto con la calma di chi sa di aver già vinto il ragionamento, anche se non ha ancora vinto la decisione. — Le occupazioni finiscono. Le posizioni strategiche, se gestite bene, durano generazioni.
Nella sala rimase sospeso qualcosa di non detto. Qualcuno fissava la mappa. Qualcuno fissava il tavolo. Il Presidente fissava Hargrove.
E Hargrove, per la prima volta da quando aveva iniziato a parlare, aspettava.
Il punto è che questa scena — pur romanzata — non è fantasia. È una traduzione cinematografica di una logica che attraversa decenni di politica internazionale: chi controlla i colli di bottiglia energetici controlla gli equilibri globali.
E qui arriva la parte interessante. Perché oggi, a distanza di quasi vent’anni, mentre si parla di crisi nello Stretto di Hormuz, di rotte protette, di navi scortate e di potenze che si affacciano con meno timidezza sul Golfo, quel dialogo non suona vecchio. Suona attuale.
Anzi, suona familiare.
Con una differenza sostanziale: nel 2008 il mondo era ancora raccontato come un sistema a guida unica. Oggi no. Oggi quella stessa stanza, se esistesse davvero, non sarebbe più abitata da un solo decisore, ma da più giocatori che bussano alla porta — o entrano direttamente senza chiedere permesso.
E allora il sarcasmo viene quasi naturale.
Perché alla fine “W.” non era un film su Bush. Era un film su come si prendono le decisioni quando in gioco non ci sono valori, ma flussi. Non democrazie, ma passaggi obbligati. Non ideologie, ma strettoie geografiche.
E soprattutto era un film su un’illusione: quella che basti controllare un punto sulla mappa per controllare il mondo.
Oggi quel punto è ancora lì. Le navi passano ancora.
Solo che a guardarle, adesso, non c’è più uno solo nella stanza.
E forse è proprio questo che rende quella scena così attuale: non per quello che racconta, ma per quello che, senza volerlo, aveva già smesso di poter controllare.
Raimondo Schiavone 

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