Leggo l'ennesima predica di Mario Guerrini e, devo confessarlo, provo sempre una certa tenerezza. Perché quando qualcuno passa più tempo a distribuire patenti morali che a verificare i fatti, il rischio di trasformarsi da osservatore a caricatura dell'osservatore è molto elevato.
Ha ragione, signor Guerrini: esiste un problema di potere in Sardegna. Ma forse dovrebbe guardare con maggiore attenzione ai circuiti di potere che lei difende quotidianamente dalle colonne dei suoi interventi. Quando parla di "magna magna", di consulenze, di incarichi e di gestione allegra della cosa pubblica, dovrebbe ricordare ai lettori che la giunta regionale che lei sostiene con maggiore entusiasmo è anche quella che ha fatto registrare livelli record di consulenze esterne e incarichi fiduciari.
Quanto al "bravo imprenditore" che cita con evidente malcelata ironia, la ringrazio per il riconoscimento. Ho semplicemente la fortuna di lavorare con collaboratori competenti e regolarmente contrattualizzati. Ci tengo a precisarlo perché conosco realtà molto vicine alle sue simpatie politiche dove il precariato permanente e le collaborazioni reiterate sembrano essere diventate una pratica consolidata.
Tra le persone che collaborano con le mie aziende c'è anche la dottoressa Valeria Satta, professionista che lei ama citare spesso. Una collaboratrice preparata che negli anni ha costruito un percorso professionale serio e riconosciuto, esclusivamente grazie alle proprie capacità.
Sul presunto "magna magna" del nostro Meeting Mediterraneo, le segnalo un dettaglio che evidentemente ignora. L'iniziativa non beneficia di finanziamenti pubblici. La realizziamo con risorse nostre e grazie all'impegno volontario di donne e uomini che da quasi vent'anni animano il Centro Italo-Arabo e del Mediterraneo.
Vent'anni.
Un periodo sufficiente per organizzare incontri con ambasciatori, ministri, studiosi, giornalisti e rappresentanti religiosi di primo piano internazionale. Attività che lei probabilmente non conosce. Non per cattiveria. Semplicemente perché, nel significato più letterale del termine, le ignora.
Noi continuiamo a credere nel dialogo.
Lei considera l'Iran un interlocutore indesiderabile? È una sua opinione. Noi preferiamo ascoltare tutti. Perché il dialogo non si pratica con chi la pensa come noi, ma soprattutto con chi la pensa diversamente.
Mi colpisce invece il silenzio selettivo che spesso accompagna certe indignazioni. Quando si parla delle vittime palestinesi o libanesi, dei bambini uccisi sotto le bombe, delle distruzioni che attraversano il Medio Oriente, molti moralisti improvvisamente diventano prudenti, cauti, quasi afoni.
Sulle vicende giudiziarie che mi riguardano non mi sono mai sottratto a una domanda. Ho sempre detto la stessa cosa: sono sereno e ho piena fiducia nel lavoro della magistratura. Chi svolge attività pubblica è inevitabilmente sottoposto a controlli e verifiche. È normale che sia così.
Quello che mi preoccupa di più non è la giustizia.
Mi preoccupano coloro che trasformano il sospetto in professione, che sostituiscono i fatti con le insinuazioni e che scambiano il pregiudizio per giornalismo.
Nella mia vita ho attraversato la Siria in guerra, il Libano sotto i bombardamenti, il Darfur devastato dai conflitti. Ho visto la paura vera. Per questo faccio fatica a farmi impressionare dalle campagne di delegittimazione costruite da salotti comodi e tastiere sicure. Non solo la sua di tastiera ma anche quella di improbabili commentatori che nella loro vita hanno solo scroccato senza mai lavorare veramente.
Lei continui pure a distribuire sentenze morali.
Noi continueremo a costruire spazi di dialogo.
La differenza è tutta qui: c'è chi osserva il mondo da una finestra e chi prova, nel bene e nel male, ad attraversarlo.
Raimondo Schiavone















e poi scegli l'opzione