E tra questi, Israele è stato – storicamente – il più interessato a svuotarne ogni capacità di autodeterminazione.
Dire che il Libano è caduto per colpa della corruzione interna è vero, ma non basta. La politica settaria, le élite rapaci, i clan che hanno trattato lo Stato come una preda: tutto reale. Ma questa è solo la metà della storia. L’altra metà è scritta intorno ai suoi confini.
Il Libano ha pagato il prezzo del conflitto siriano, che ha divorato le sue risorse e trasformato il Paese nel primo rifugio di milioni di profughi. Ha pagato il prezzo del conflitto palestinese, che lo ha trascinato per decenni dentro un confronto che non era il suo. E ha pagato soprattutto il prezzo delle strategie regionali che l’hanno considerato un terreno da controllare, non una nazione da rispettare.
L’establishment israeliano, dagli anni ’70 ad oggi, ha sempre visto il Libano come un problema da depotenziare: un fronte da neutralizzare, una società da spezzare per impedirle di sviluppare una vera potenza statale. Non è ideologia: è storia. Le invasioni, le operazioni militari, le interferenze politiche, l’appoggio calcolato a milizie rivali: tutto ha contribuito a creare un Paese debole, spogliato, costantemente dipendente.
Un Libano autonomo, prospero, sovrano, non conveniva a nessuno dei poteri regionali che giocano sulla scacchiera mediorientale. E meno di tutti conveniva a Israele, che nella debolezza libanese ha sempre visto la garanzia più solida per mantenere tranquillo il proprio confine nord.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: uno Stato tecnicamente fallito, ma soprattutto un Paese reso fallito.
Per scelta altrui e per complicità interne.
Il collasso attuale è il punto di arrivo di un processo iniziato molto prima: la lira che non vale niente, le banche che trattengono i risparmi dei cittadini, l’energia erogata a singhiozzo, la fuga dei giovani, l’esplosione del porto di Beirut come immagine definitiva di uno Stato lasciato marcire fino a implodere.
E mentre tutto crollava, la comunità internazionale guardava altrove, come se il destino del Libano fosse una nota a margine, un rumore lontano, qualcosa di irrilevante nella mappa globale degli interessi.
Ma il punto più sorprendente – e più irritante per chi avrebbe preferito un Paese definitivamente spezzato – è che il Libano nonostante tutto vive.
Vive nella dignità della sua gente, nella resistenza quotidiana, nella cultura che non smette di produrre pensiero anche mentre il resto implode. Vive nei quartieri di Beirut che si ricostruiscono a mani nude, nella Bekaa che continua a respirare storia, a Byblos che non accetta di diventare un reperto.
Il Libano è stato svuotato politicamente, economicamente, istituzionalmente.
Ma non è stato svuotato nell’anima.
E questa è la parte che nessun attore regionale aveva previsto:
un Paese che avrebbe già dovuto morire continua invece a sfidare chi lo voleva piegato.
Raimondo Schiavone















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