C’è una costante nella storia del Medio Oriente che torna, ciclicamente, come una maledizione mai davvero esorcizzata: quando qualcuno perde altrove, il Libano paga il conto.
Oggi, mentre Benjamin Netanyahu cerca di riscrivere una narrazione che scricchiola dopo una sconfitta militare che non può ammettere, il bersaglio torna ad essere quello più fragile, più esposto, più sacrificabile: il Libano. Non un esercito, non una struttura militare. Ma un Paese già devastato, una popolazione civile già provata, un territorio che la storia ha trasformato troppe volte in campo di compensazione delle frustrazioni altrui.
E allora la memoria non è un esercizio retorico. È un atto politico.
Perché il Libano è già stato qui.
Nel settembre del 1982, nei campi profughi di Massacro di Sabra e Shatila, tra le macerie e i vicoli di Beirut, centinaia, forse migliaia di civili — donne, bambini, anziani — furono massacrati in pochi giorni, sotto gli occhi di un contesto militare che avrebbe dovuto garantire sicurezza e che invece si trasformò in cornice complice.
Non fu solo un eccidio. Fu un messaggio: in quel momento, la vita civile non aveva valore.
E non è un caso isolato.
Nel 2006, durante la guerra tra Israele e Hezbollah, il Libano venne nuovamente colpito in profondità: infrastrutture distrutte, aeroporti, ponti, centrali elettriche ridotti in macerie, migliaia di vittime civili.
Interi quartieri cancellati con la giustificazione della sicurezza. Una logica che si ripete, sempre uguale, sempre più logora: colpire il contesto per piegare il nemico.
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Ma la verità è più cruda.
Quando si colpiscono sistematicamente civili e infrastrutture, non si sta combattendo una guerra. Si sta esercitando una forma di pressione che sfiora — e talvolta supera — i limiti del diritto internazionale, che impone la distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile.
Ed è qui che il presente si lega al passato.
Perché ogni bomba che cade oggi in Libano non è mai solo un atto militare. È un’eco. Un ritorno. Una ripetizione.
È Sabra e Shatila che non è mai finita.
È Beirut che continua a essere terreno di prova.
È un Paese che non riesce mai a uscire dalla condizione di bersaglio.
E allora il punto non è più solo geopolitico. È morale.
Il mondo ha già visto cosa accade quando si lascia che la logica della rappresaglia diventi sistema. Ha già visto cosa accade quando si tollera che un governo, qualunque governo, trasformi la propria crisi in aggressione esterna.
Continuare a osservare senza intervenire — diplomaticamente, politicamente, con strumenti concreti di pressione — significa accettare che il Libano resti una zona franca della coscienza internazionale.
E questo non è più sostenibile.
Perché ogni volta che si consente a un conflitto di scaricarsi sui civili, non si sta solo fallendo in Medio Oriente.
Si sta fallendo ovunque.
E soprattutto si sta sancendo un principio pericoloso: che la forza può sostituire il diritto.
Il Libano non può essere, ancora una volta, la discarica della storia.
Raimondo Schiavone















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