Cosa deve ancora accadere perché la coscienza collettiva dell'Occidente torni a interrogarsi su sé stessa? Quante sequenze di morte devono ancora scorrere sui nostri schermi prima che l'orrore cessi di essere consumato come contenuto e torni ad essere, semplicemente, orrore?
A Gaza continuano a morire palestinesi. Muoiono soprattutto i più vulnerabili: bambini, donne, nuclei familiari interi schiacciati dentro una spirale di distruzione che sembra essersi sottratta a qualsiasi logica di fine. Il Libano vive sotto la minaccia costante di essere cancellato, pezzo dopo pezzo, dalla propria geografia fisica e umana. La guerra tra l'Iran e la coalizione a guida statunitense che sostiene l'architettura militare israeliana continua ad alimentare una regione già dissanguata da decenni di conflitti irrisolti.
Eppure, nel mezzo di tutto questo, accade qualcosa di ancora più inquietante.
Ci stiamo abituando.
La morte è diventata una notifica. Le macerie, una fotografia. I bambini senza nome né volto, una statistica da aggiornare. La distruzione non scandalizza più. Ed è forse questo il punto più basso che la nostra cosiddetta civiltà abbia mai toccato.
In questo scenario, esistono ancora uomini e istituzioni che si ergono a paladini del rifiuto del confronto. Che costruiscono la propria identità pubblica sull'opposizione al dialogo, al negoziato, all'ipotesi stessa che gli esseri umani possano — anzi, debbano — parlarsi.
Ed è qui che nasce la domanda che nessuno sembra volersi porre.
Come può ambire alla definizione di coraggio il gesto di chi si sottrae all'ascolto? Chi sceglie il muro invece del varco, la chiusura invece del rischio dell'incontro? Chi preferisce la violenza della distruzione alla fatica — autentica, scomoda, necessaria — del confronto?
Il dialogo non è debolezza. Il dialogo è probabilmente l'atto più esigente che un essere umano possa compiere. Perché dialogare significa accettare il rischio di mettere in discussione sé stessi, le proprie certezze, i propri confini.
Persino Cristo comprese questo con una radicalità che ancora oggi disorienta.
Non impose. Non urlò. Non costruì la propria missione sul rifiuto dell'altro. Parlò con i peccatori («Non sono i sani ad aver bisogno del medico, ma i malati», Mt 9,12). Parlò con i nemici, con i pubblicani, con i samaritani che la sua gente disprezzava. Parlò con la donna adultera quando gli altri alzavano già le pietre («Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra», Gv 8,7). Parlò persino con Giuda, sapendo già ciò che stava per accadere («Amico, fa' quello per cui sei venuto», Mt 26,50). Il dialogo, per Cristo, non era semplicemente uno strumento. Era la strada stessa — l'unica percorribile per chi intende cambiare il mondo senza distruggerlo.
Oggi viviamo invece l'epoca delle tifoserie geopolitiche, dell'odio algoritmico, della disumanizzazione industriale. L'epoca in cui si applaude alle guerre stando seduti su un divano. In cui si invoca altra distruzione, come se le bombe avessero mai costruito pace duratura.
Il dialogo è forse l'ultima cosa che ci resta.
Ed è profondamente inquietante che siano proprio coloro i quali declamano la propria civiltà ad ogni occasione ad avere così profonda paura di esercitarla.
Raimondo Schiavone















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