Blog di Raimondo Schiavone e amici

IL DIALOGO COME ULTIMA ARCHITETTURA POSSIBILE DELLA CIVILTÀ

Perché invitiamo un ambasciatore: il confronto viene prima delle bombe
Esistono epoche storiche nelle quali il rumore supera il pensiero. Periodi nei quali la semplificazione sostituisce l'analisi, l'appartenenza sostituisce la comprensione e l'urgenza di schierarsi finisce per divorare la capacità stessa di ragionare. Forse stiamo vivendo esattamente uno di quei momenti. E non è una metafora.
Nel 2026, mentre scriviamo, il Medio Oriente brucia ancora. Il conflitto tra Israele e Iran — esploso con rinnovata violenza dopo mesi di escalation silenziosa — ha trasformato il Mediterraneo orientale in uno scenario di guerra ibrida, dove i missili convivono con le sanzioni economiche, i droni con la propaganda digitale, le operazioni militari con la guerra dei nervi diplomatica. In questo contesto, invitare un ambasciatore iraniano a un convegno sul dialogo mediterraneo è un atto che qualcuno giudicherà ingenuo, altri provocatorio. Noi lo consideriamo necessario.
Il dialogo non è ingenuità. È l'unico strumento che la storia ci ha consegnato per evitare che le controversie diventino catastrofi.
Il Mediterraneo e l'Iran: una prossimità che non si può ignorare
Chi conosce la geopolitica mediterranea sa che l'Iran non è geograficamente affacciato sul Mare Nostrum. Eppure la sua influenza arriva fino alle coste del Libano, della Siria, di Gaza. Arriva attraverso Hezbollah, attraverso la rotta degli armamenti, attraverso il sostegno ai movimenti sciiti. Arriva attraverso il petrolio, attraverso la finanza islamica, attraverso le diaspore. L'Iran è, de facto, un attore mediterraneo. Escluderlo dal tavolo del dialogo non lo rende meno presente: lo rende semplicemente più imprevedibile.
La storia insegna che i conflitti più devastanti non sono quelli tra nemici dichiarati che si parlano — anche quando si insultano, anche quando si minacciano — ma quelli tra avversari che hanno smesso di comunicare. Il silenzio diplomatico non è neutralità. È il preludio dell'escalation.
Nel 1979, la rivoluzione khomeinista spezzò il filo diretto tra Washington e Teheran. Da allora, quarantasei anni di non-comunicazione ufficiale hanno prodotto crisi cicliche, guerre per procura, sanzioni economiche che hanno schiacciato il popolo iraniano, operazioni di sabotaggio, assassinii di scienziati, attentati attribuiti e negati. Il risultato? Zero sicurezza in più per chiunque. Zero libertà in più per il popolo iraniano. Infiniti morti in più, da Beirut a Baghdad, da Damasco a Tel Aviv.
L'Iran come civiltà: oltre la semplificazione
Uno degli errori più gravi del discorso pubblico occidentale è la sovrapposizione sistematica tra la Repubblica Islamica dell'Iran — il suo governo — e l'Iran come civiltà millenaria. Si tratta di una confusione pericolosa, strumentalmente coltivata da chi ha interesse a trasformare una nazione in un nemico assoluto piuttosto che in un interlocutore complesso.
L'Iran è Persepoli e Hafez, è la matematica medievale e l'astronomia, è una delle più antiche tradizioni poetiche del mondo. È una popolazione giovane, prevalentemente urbana, con tassi di istruzione superiori alla media regionale, con una forte tradizione intellettuale e culturale. È un paese dove il cinema, la letteratura, la musica esprimono una vitalità creativa che nessuna pressione esterna riesce a spegnere. Ridurre l'Iran al suo governo equivale a ridurre qualsiasi nazione alla sola dimensione del potere politico contingente: un'operazione intellettualmente disonesta e politicamente sterile.
Parlare con l'Iran significa riconoscere che dietro ogni governo esiste un popolo, e che quel popolo merita la dignità del confronto.
Il doppio standard che corrode la credibilità occidentale
C'è un problema di fondo nel modo in cui l'Occidente ha gestito le relazioni con l'Iran negli ultimi decenni, e vale la pena dirlo con chiarezza: il doppio standard. Lo stesso Occidente che denuncia le politiche di Teheran armava e finanziava governi del Golfo con strutture politiche altrettanto distanti dai canoni liberali occidentali. Lo stesso che invoca il diritto internazionale in relazione all'Iran ha coperto o minimizzato decenni di azioni militari israeliane a Gaza e in Libano che hanno causato migliaia di vittime civili.
Questo non significa che tutte le posizioni abbiano uguale valore morale. Significa che la credibilità del dialogo dipende dalla sua coerenza. Un interlocutore che applica regole diverse a casi simili non viene percepito come portatore di valori universali: viene percepito, con piena ragione, come portatore di interessi particolari mascherati da principi.
Il dialogo che proponiamo non nasce da un'ingenuità ideologica. Nasce dalla consapevolezza che la geopolitica del Mediterraneo richiede interlocutori credibili, ovvero attori capaci di applicare i propri principi con coerenza. Ed è precisamente questa coerenza che manca oggi alla diplomazia occidentale.
L'accordo sul nucleare: storia di un'opportunità distrutta
Nel 2015, l'accordo di Vienna — tecnicamente noto come JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action — rappresentò uno dei rari momenti in cui la diplomazia multilaterale riuscì a costruire un quadro negoziale credibile con Teheran. L'Iran accettò di ridurre significativamente il suo programma nucleare in cambio della revoca di una parte delle sanzioni internazionali. Non era un accordo perfetto. Ma era un accordo reale, verificabile, sostenuto dall'intera comunità internazionale, incluse Russia e Cina.
Nel 2018, l'amministrazione Trump decise di ritirare unilateralmente gli Stati Uniti dall'accordo, reintroducendo sanzioni ancora più dure. Il risultato fu la prevedibile radicalizzazione delle posizioni iraniane, la ripresa dell'arricchimento dell'uranio, il progressivo avanzamento del programma nucleare verso soglie sempre più critiche. I tentativi successivi di rilanciare i negoziati si sono incagliati in una spirale di diffidenza reciproca che l'attuale conflitto ha definitivamente spezzato.
La lezione da trarre non è che il dialogo non funziona. È che il dialogo interrotto a metà — usato strumentalmente e poi abbandonato per ragioni di politica interna — produce effetti più destabilizzanti del non-dialogo. Il dialogo richiede continuità, pazienza e buona fede. Tutte qualità che la politica del breve termine ha sistematicamente sacrificato sull'altare del consenso elettorale.
Il JCPOA non fallì perché il dialogo con l'Iran era impossibile. Fallì perché qualcuno decise che la politica interna contava più della sicurezza globale.
Perché invitiamo un ambasciatore: la logica del coraggio diplomatico
Quando diciamo che invitiamo un ambasciatore iraniano — in un momento in cui i missili volano e le sanzioni strangolano — non stiamo compiendo un gesto simbolico. Stiamo affermando una priorità. Stiamo dicendo che il confronto viene prima delle bombe. Che la comprensione viene prima della condanna. Che esiste un'alternativa all'escalation permanente.
Non è la prima volta nella storia che un gesto diplomatico coraggioso ha aperto varchi dove sembravano esserci solo muri. Nixon andò in Cina nel 1972, mentre la Guerra Fredda era nel pieno della sua intensità. Sadat andò a Gerusalemme nel 1977, rischiando l'isolamento nel mondo arabo — e pagandolo con la vita. Mandela dialogò con il governo dell'apartheid mentre era ancora in prigione, perché capì che nessuna liberazione sarebbe stata possibile attraverso la sola forza.
Questi esempi non ci dicono che il dialogo produce sempre pace. Ci dicono che senza dialogo la pace non è mai stata prodotta. Mai, in nessun caso, in nessuna epoca storica.
L'ambasciatore che siede al nostro tavolo non rappresenta le politiche del suo governo in modo acritico. Rappresenta una nazione, un popolo, una civiltà. Rappresenta anche l'opportunità di comunicare direttamente — senza intermediari, senza comunicati stampa filtrati, senza la distorsione della propaganda — che cosa vogliamo, che cosa temiamo, che cosa siamo disposti a costruire insieme.
Il Mediterraneo come spazio del possibile
Il Mediterraneo ha visto tutto. Ha visto Fenici e Greci commerciare su rotte che attraversavano le frontiere culturali più profonde del mondo antico. Ha visto l'Islam e la Cristianità scontrarsi nelle Crociate e convivere nella Sicilia normanna. Ha visto Venezia trattare con l'Impero Ottomano mentre il Papa predicava la guerra santa. Ha visto Sarajevo bruciare e poi riedificarsi. Ha visto il Libano — che fu chiamato la Svizzera del Medio Oriente — sprofondare nella guerra civile e poi, faticosamente, riprendere a respirare.
Il Mediterraneo non è uno spazio di armonia garantita. È uno spazio di tensione permanente, dove la pace è sempre stata il risultato di negoziazioni durissime, di compromessi imperfetti, di dialoghi tra interlocutori che si detestavano e tuttavia si parlavano. La pace mediterranea, quando è esistita, è sempre stata una pace negoziata. Mai una pace imposta.
Oggi, in questo mare che ci appartiene, l'Iran non è geograficamente presente ma è strategicamente decisivo. La crisi che attraversiamo — energetica, migratoria, securitaria — non può essere risolta senza includere Teheran nelle dinamiche di stabilizzazione regionale. Chi dice il contrario o non conosce la geopolitica, o conosce gli interessi di qualcun altro.
La civiltà non è un punto di arrivo. Non è una condizione acquisita una volta per tutte. È una scelta che si rifà ogni giorno, ogni volta che si decide se rispondere alla complessità con la comprensione o con il pregiudizio, con il dialogo o con la delegittimazione.
Invitiamo un ambasciatore perché crediamo che il dialogo venga prima delle bombe. Non perché siamo ingenui. Non perché ignoriamo le atrocità. Non perché non vediamo la distanza che separa le nostre posizioni da quelle di Teheran su decine di questioni fondamentali.
Lo facciamo perché sappiamo — la storia ce lo insegna con una precisione brutale — che ogni guerra inizia quando si smette di parlarsi. E che ogni pace inizia quando si ricomincia.
Il dialogo non è la resa. È l'unica forma di coraggio che produce futuro.
Raimondo Schiavone

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