C’è un modo molto semplice per capire questa guerra: ascoltare le parole di Donald Trump. Non i fatti, non le strategie, non i risultati. Le parole. Perché raramente, nella storia recente, un conflitto è stato raccontato con un linguaggio così scomposto, contraddittorio e – diciamolo chiaramente – da bullo di quartiere.
Trump parla e minaccia. Trump promette e smentisce. Trump vince… mentre la guerra continua.
E allora mettiamole in fila, le sue frasi.
“Colpiremo duramente per le prossime 2-3 settimane.”
Traduzione: la guerra sta finendo… ma continuiamo a bombardare.
“Siamo molto vicini a finire il lavoro.”
Peccato che nessuno sappia quale sia questo “lavoro”. Nemmeno lui, a quanto pare.
“La guerra è quasi completata.”
Eppure si preparano nuovi attacchi. Una guerra che finisce mentre ricomincia: un capolavoro logico.
“Stiamo andando alla grande.”
Lo dice mentre i mercati crollano, il petrolio schizza e mezzo mondo trattiene il fiato.
“Potremmo inviare truppe di terra, se necessario.”
Il classico: prima fai il duro, poi apri la porta all’escalation totale.
“Bombarderemo l’Iran fino a riportarlo all’età della pietra.”
Qui siamo oltre la politica. Siamo nel linguaggio primitivo della distruzione come spettacolo.
“Deporre le armi o morte garantita.”
Non è diplomazia. È un ultimatum da film di serie B.
“L’Iran vuole un accordo, sono pronti a trattare.”
Smentito immediatamente da Teheran, che definisce tutto falso.
Ma il punto non è la verità. È la narrazione.
“Non è una guerra.”
Poi la chiama guerra il giorno dopo.
E infine il capolavoro:
“Stiamo per finire molto presto.”
Da settimane.
Questo non è un presidente che guida una strategia. È un uomo che recita una parte. Il comandante in capo trasformato in commentatore di se stesso.
Un giorno annuncia la vittoria.
Il giorno dopo promette nuovi bombardamenti.
Un giorno dice che non serve il Congresso.
Il giorno dopo parla di “guerra”.
Nel frattempo, il mondo paga il conto: petrolio alle stelle, tensioni globali, alleati confusi, nemici rafforzati.
E lui? Continua a parlare come se fosse su un palco.
La verità è che questa guerra, più che combattuta, viene raccontata.
E il racconto è quello di un bullo: minaccia, esagera, semplifica, urla.
Ma la storia, purtroppo, non è un reality.
E prima o poi presenta il conto.
Raimondo Schiavone















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