C'è una domanda che i palazzi dorati di Abu Dhabi e Riyadh si fanno sottovoce, mentre i radar tracciano traiettorie di missili che attraversano il Golfo: e se avessimo scelto il lato sbagliato della storia?
Non è una domanda retorica. È il rumore sordo di un sistema che comincia a scricchiolare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.
Facciamo un passo indietro. Gli Accordi di Abramo, celebrati nel 2020 come l'alba di un nuovo Medio Oriente, erano in realtà qualcosa di più brutale: la resa delle monarchie arabe all'asse Washington-Tel Aviv in cambio di protezione, tecnologia militare e legittimazione internazionale. Da tempo le nuove leadership del Golfo stavano cercando di dare maggiore autonomia alla propria azione internazionale, allentando quella che era stata la dipendenza dall'amicizia statunitense. Ma quella autonomia si è rivelata un'illusione. Quando la guerra contro l'Iran è esplosa, le monarchie del Golfo si sono trovate nel mezzo — non come arbitri, ma come bersagli.
L'Iran ha preso di mira gli Stati del Golfo in misura molto maggiore rispetto a Israele: l'83% dei missili e dei droni iraniani è stato indirizzato verso i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, contro solo il 17% diretto verso Israele. Gli Emirati Arabi Uniti hanno subito di gran lunga il maggior numero di attacchi. Benvenuti nella guerra che avete aiutato a costruire, signori emiri.
Ma il vero problema non sono i missili. I missili si intercettano. Il problema è quello che cova sotto la superficie sociale di questi regimi.
Le popolazioni arabe del Golfo — silenziose, compresse, tenute buone da salari e sussidi — stanno assistendo a qualcosa che il denaro non riesce a cancellare: i loro governi che si schierano, implicitamente o esplicitamente, con lo Stato che bombarda Gaza, che rade al suolo Beirut, che ora attacca l'Iran. Uno Stato che nella coscienza islamica popolare rappresenta l'occupazione, la violazione, il nemico secolare.
Le leadership arabe, a cominciare da quelle del Golfo, sembrano avvertire un crescente disagio politico nei confronti dell'interventismo senza apparenti limiti di Israele. Ma questo disagio lo esprimono i diplomatici in riunioni riservate, non i governanti davanti ai propri cittadini. E il popolo lo sa. Il popolo vede.
Prendiamo gli Emirati. Abu Dhabi ha scommesso tutto su una modernità di vetro e acciaio, su Vision 2030, su una narrativa di apertura e pragmatismo. Ma quel pragmatismo ha un nome che le masse arabe conoscono bene: collaborazione con il nemico. La parola "tradimento" comincia a circolare — non solo nei social blindati, non solo nei venerdì delle moschee, ma nelle conversazioni private di chi, fino a ieri, sembrava soddisfatto della propria prosperità.
I soldi non sono tutto. Qualcuno comincia a dirlo ad alta voce.
Alcuni tra i più influenti e ascoltati intellettuali sauditi ed emiratini hanno espresso preoccupazione circa l'interventismo unilaterale e il ricorso allo strumento militare adottati dal governo israeliano, con voci che invitano i governi del Medio Oriente a riconoscere questa tattica e a lavorare per contrastare gli sforzi che minacciano la sovranità nazionale. Quando gli intellettuali organici cominciano a dissociarsi, è sempre un segnale. I regimi lo sanno.
L'Arabia Saudita è il caso più complicato. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha investito centinaia di miliardi di dollari in Vision 2030. Sebbene il regno abbia l'economia più grande della regione, ha anche la popolazione più numerosa del CCG, il che significa margini di manovra più ristretti rispetto a stati ultra-ricchi come gli Emirati e il Qatar. MBS ha costruito la sua legittimità interna su un nazionalismo saudita moderno, non sull'Islam politico. Ma quella distanza dall'Islam politico ha un limite: non puoi governare la terra dei luoghi santi appoggiando, anche solo per omissione, chi bombarda i musulmani.
La risposta di Riyadh è stata — prevedibilmente — la repressione preventiva. Limitare le assemblee, silenziare le voci critiche, aumentare la sorveglianza digitale. La stessa formula che conoscono tutti i regimi quando sentono il terreno tremare sotto i piedi: non ascoltare il popolo, imbavagliarlo.
C'è poi la questione geopolitica strutturale, che riguarda il futuro di questi regimi al di là dell'emergenza bellica.
Un Iran indebolito o un cambio di regime forzato dall'esterno non garantiscono un Medio Oriente più stabile. Al contrario, il vuoto di potere o la frammentazione interna della Repubblica Islamica potrebbero generare un caos regionale senza precedenti, con ripercussioni dirette sulla sicurezza delle monarchie del Golfo. Le monarchie che oggi tifano — in silenzio — per la sconfitta di Teheran, potrebbero scoprire che un Iran in pezzi è più pericoloso di un Iran compatto. Il caos non ha confini. E il caos ha un'attrazione irresistibile sulle masse che non hanno nulla da perdere.
Le monarchie del Golfo, da sempre oasi di stabilità in un Medio Oriente incerto, sono diventate loro malgrado una zona di attività militare. Una percezione nuova che rimarrà — seppur sottotraccia — nelle esperienze e nei ragionamenti politici ed economici. L'immagine di fortezza inviolabile è incrinata. E le immagini, nel mondo arabo, contano quanto le battaglie.
La domanda finale, allora, è questa: il braccio di Israele — lungo, armato, sostenuto da Washington — è abbastanza forte da proteggere i suoi nuovi amici del Golfo? O rischia di soffocarli, trascinandoli in un conflitto che le loro popolazioni non vogliono, in nome di un'alleanza che nessuno ha mai votato?
La storia del Medio Oriente è piena di troni che sembravano eterni. Sono caduti quasi tutti. E sono caduti non per effetto di invasioni straniere, ma per il momento in cui il denaro ha smesso di essere sufficiente a comprare il silenzio di un popolo.
Quel momento, nelle monarchie del Golfo, si avvicina.
Raimondo Schiavone















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