Blog di Raimondo Schiavone e amici

Hanno vinto tutti. Ha perso Gaza.

Comunque vada a finire, il verdetto è già scritto. Non nelle urne. Nella testa di chi le ha riempite.
Ieri Israele ha votato in massa. Affluenza record, quasi otto elettori su dieci. Una festa della democrazia, diranno a Bruxelles. Una festa, certo. Ma di chi?
Gli exit poll consegnano un pareggio. Netanyahu da una parte, Eisenkot dall'altra. Nessuno arriva a 61 seggi. E già si sente il sospiro di sollievo delle cancellerie europee: finalmente Bibi può cadere, finalmente torna l'Israele "ragionevole".
Fermiamoci un attimo. Chi è l'alternativa?
Gadi Eisenkot. Ex capo di stato maggiore. Membro del gabinetto di guerra nei mesi in cui Gaza veniva rasa al suolo. Un uomo che rifiuta lo Stato palestinese e che ci tiene a precisare di non averlo mai chiesto. Questo è il "cambiamento".
Accanto a lui, Naftali Bennett. Quello che vuole costruire nell'E1 per spezzare la Cisgiordania in due. Quello che lo Stato palestinese non lo vuole in nessuna configurazione possibile. Questo è il fronte "moderato".
Dall'altra parte, Netanyahu. Il premier inseguito da un mandato della Corte penale internazionale. Con lui Smotrich, Ben Gvir, i coloni, i rabbini che parlano di Amalek.
E allora la domanda è semplice. Dov'era, ieri, la scheda contro la guerra?
Non c'era. O meglio: c'era, ma era quasi solo in arabo.
Gli unici ad aver detto un no chiaro sono stati i cittadini arabi di Israele. In fila per ore, spesso per la prima volta nella vita. E il premier in carica che li accusava di voler "rubare le elezioni". Un quinto della popolazione trattato come un'infiltrazione nemica nel giorno del voto. Ecco la democrazia di cui si parla.
Ma il punto non è il governo. Il punto non è più il governo da molto tempo.
Un sondaggio commissionato dalla Penn State University, pubblicato da Haaretz, ha fotografato l'opinione pubblica ebraica israeliana. L'82% favorevole all'espulsione degli abitanti di Gaza. Il 56% favorevole a deportare anche i cittadini arabi di Israele. Quasi la metà d'accordo con l'idea che l'esercito debba fare come Giosuè a Gerico: uccidere tutti gli abitanti della città conquistata.
Non coloni fanatici. Non frange. La maggioranza. Anche tra i laici, sette su dieci vogliono svuotare la Striscia. E tra gli uomini sotto i quarant'anni, quelli che la divisa la indossano davvero, solo uno su dieci respinge ogni forma di espulsione o di sterminio.
Allora smettiamola con la favola del popolo ostaggio del suo premier. Netanyahu non ha ipnotizzato nessuno. Netanyahu ha governato il paese che c'era. E il paese che c'era, il genocidio lo ha visto in diretta. Lo ha capito. E lo ha approvato.
Ieri sera Netanyahu ha rivendicato di avere la maggioranza del "pubblico sionista". Per una volta, forse, non mentiva. Ma il dato più crudele è un altro. Anche chi non lo ha votato ha votato per qualcuno che su Gaza non avrebbe fatto niente di diverso. Cambierebbe il tono. Non la sostanza. Cambierebbe la cravatta. Non le bombe.
Chi oggi in Italia festeggia il "segnale di cambiamento" ha le bende agli occhi. O peggio, se le è messe da solo. Perché è comodo. Perché permette di continuare a dire che il problema è un uomo, un partito, una coalizione. Perché così non si deve dire la cosa vera.
La cosa vera è questa: in Israele lo sterminio di un popolo non è stato imposto. È stato condiviso.
Non da tutti. C'è chi ha manifestato, chi ha rifiutato la divisa, chi è stato chiamato traditore ai seggi. Onore a loro. Sono pochi. Sono sempre meno. E nessuno, ieri, li rappresentava davvero.
Comunque vada a finire, dunque, il risultato è già chiaro. Hanno vinto tutti.
Ha perso solo Gaza. Come sempre.
Raimondo Schiavone 

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