Blog di Raimondo Schiavone e amici

Hormuz riapre, il mondo si riscrive

C’è un passaggio, quasi impercettibile per chi osserva distrattamente le dinamiche globali, che invece segna una frattura profonda negli equilibri internazionali: la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran non è solo un gesto tecnico, ma una dichiarazione politica. Una condizione chiara, quasi chirurgica: il flusso dell’energia mondiale torna a scorrere finché il cessate il fuoco in Libano regge. Tradotto: Teheran non si limita più a reagire, ma detta condizioni.
In questo scenario, la narrazione cambia prospettiva. Non siamo più di fronte a un Iran isolato, chiuso nel perimetro delle sanzioni e della pressione occidentale. Siamo davanti a un attore che utilizza il proprio peso strategico — geografico, energetico e militare — per rientrare da protagonista nel gioco globale. Hormuz diventa leva diplomatica, non solo choke point militare.
E mentre Teheran riapre i canali, non solo marittimi ma anche diplomatici, con una pluralità di Paesi pronti a riallacciare rapporti, dall’altra parte dell’Atlantico si consuma una presa di coscienza tardiva. Donald Trump, abituato alla semplificazione muscolare della politica estera, si trova improvvisamente dentro una complessità che non controlla più. La sensazione — sempre più evidente — è quella di un leader che inizia a comprendere di essere stato trascinato in una partita più grande di lui.
Benjamin Netanyahu, con la sua linea dura e la strategia permanente del confronto, ha imposto un’agenda che ha finito per logorare non solo il Medio Oriente, ma anche gli equilibri interni al fronte occidentale. Il risultato è paradossale: invece di isolare l’Iran, ne ha accelerato il ritorno sulla scena internazionale. Invece di rafforzare un blocco, ne ha evidenziato le crepe.
Il Libano, in questo quadro, torna ad essere il barometro di una tensione più ampia. Il cessate il fuoco non è solo una tregua locale, ma la condizione su cui si regge un equilibrio fragile che coinvolge potenze regionali e globali. E Hezbollah, protetto e rafforzato nella narrazione iraniana, diventa simbolo di una resistenza che Teheran rivendica come successo strategico.
L’elemento più interessante, tuttavia, è un altro: l’erosione progressiva dell’unilateralismo. Il mondo che emerge da questa fase è sempre meno dominato da un solo centro di comando. Gli Stati Uniti restano una potenza fondamentale, ma non più sufficiente a determinare da soli gli esiti. La Cina osserva e si muove, la Russia presidia, e l’Iran — nel suo perimetro — consolida.
In questo contesto, anche l’ideologia sionista, storicamente sostenuta da un asse occidentale compatto, appare oggi più esposta. Non necessariamente indebolita in termini militari, ma certamente più isolata sul piano politico e narrativo. E quando la narrazione cambia, spesso è il primo segnale di un mutamento più profondo.
Trump, se davvero sta comprendendo la portata di questa trasformazione, si trova davanti a un bivio: continuare a inseguire una linea dettata da altri, oppure tentare di riprendere il controllo, anche nei confronti di alleati che fino a ieri apparivano intoccabili.
Hormuz riapre, ma non è una semplice riapertura. È un messaggio. E come tutti i messaggi geopolitici, non riguarda solo il presente: ridisegna il futuro.
Raimondo Schiavone 

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