LEsiste, nella fisiologia profonda di ogni figura pubblica che attraversi il potere, una tensione costante e quasi ossessiva verso la sopravvivenza simbolica, una pulsione che travalica il contingente e si proietta ostinatamente nel futuro, nella speranza — talvolta ingenua, talvolta dichiaratamente autoreferenziale — di lasciare una traccia tangibile del proprio passaggio. Nei regimi autoritari tale tensione trovava una traduzione brutale ma coerente nella monumentalità scultorea: statue, busti, effigi disseminate nello spazio pubblico come a voler colonizzare la memoria collettiva attraverso la pietra e il bronzo, materiali che, per loro natura, sembrano opporsi al tempo.
Con l’avvento della cosiddetta Prima Repubblica, quella medesima esigenza si fece più discreta ma non meno pervasiva, traslando dall’estetica della celebrazione personale a quella dell’intervento infrastrutturale: strade, piazze, edifici pubblici divennero il luogo attraverso cui il politico inscriveva il proprio nome in una dimensione apparentemente funzionale, ma in realtà non meno simbolica. Il nastro tagliato, la targa affissa, la fotografia ufficiale rappresentavano altrettante declinazioni di un medesimo bisogno: restare.
Nell’attualità, tuttavia, si assiste a una trasformazione radicale di questo paradigma, che potremmo definire, senza timore di eccesso interpretativo, come il passaggio dalla materialità del monumento alla sua completa smaterializzazione comunicativa. Il politico contemporaneo, infatti, non costruisce più opere destinate a durare, né si preoccupa di incidere la propria presenza nello spazio fisico; egli, piuttosto, si muove all’interno di una dimensione interamente mediatica, nella quale il segno lasciato non è più inciso nella pietra ma veicolato attraverso flussi digitali, contenuti audiovisivi e narrazioni effimere.
In tale contesto si colloca, con una evidenza quasi didascalica, l’operazione recentemente promossa dall’assessore al turismo della Regione Sardegna, Franco Cuccureddu, il quale ha dato forma a una campagna di promozione realizzata a Londra, accompagnata da un video ufficiale che mette in scena una Sardegna estetizzata, traslata dentro un immaginario internazionale fatto di skyline, taxi neri e suggestioni metropolitane, con l’ambizione dichiarata di posizionare l’isola nei flussi globali del turismo contemporaneo.
L’elemento che colpisce, tuttavia, non risiede tanto nella scelta della capitale britannica quale palcoscenico — scelta che, in sé, potrebbe persino apparire coerente con logiche di visibilità internazionale — quanto piuttosto nella natura stessa dell’operazione, che si configura come un esercizio sofisticato di costruzione narrativa, nel quale il contenuto sostanziale tende progressivamente a rarefarsi, lasciando spazio a una rappresentazione patinata e semplificata, dove persino elementi gastronomici simbolici vengono elevati a vettori di comunicazione strategica.
Si assiste così alla costruzione di quello che potremmo definire, con una certa ironia analitica, il “monumento liquido” del politico contemporaneo: non più un’opera destinata a resistere nel tempo, ma un artefatto comunicativo progettato per ottenere visibilità immediata, per generare engagement, per occupare — sia pure temporaneamente — lo spazio volatile dell’attenzione pubblica. In questa prospettiva, il video londinese diviene l’equivalente postmoderno della statua equestre o della strada intitolata, con la differenza sostanziale che la sua durata è misurata non in decenni ma in cicli algoritmici.
Il paradosso, che emerge con chiarezza, consiste nel fatto che tale produzione incessante di contenuti, lungi dal consolidare una memoria duratura, finisce per alimentare un processo continuo di evaporazione simbolica, nel quale ogni nuova campagna cancella la precedente, ogni nuova narrazione sostituisce quella appena costruita, in una dinamica che potremmo definire di consumazione accelerata del significato. Il politico, in questo scenario, non è più colui che costruisce e lascia, ma colui che produce e sostituisce, che occupa temporaneamente lo spazio dell’attenzione per poi essere inevitabilmente rimpiazzato dal contenuto successivo.
Ne deriva una trasformazione profonda del rapporto tra politica e tempo: laddove in passato il monumento rappresentava un tentativo di sfidare l’oblio, oggi la comunicazione sembra accettarlo implicitamente, limitandosi a ritardarlo di qualche istante digitale. Il consenso stesso si riconfigura come una variabile volatile, legata più alla performance immediata del contenuto che alla consistenza delle politiche sottostanti.
In questo quadro, la campagna londinese assume una valenza paradigmatica: non tanto per ciò che racconta, quanto per ciò che rivela — ovvero una politica che ha progressivamente sostituito la costruzione della realtà con la sua rappresentazione, l’azione con la narrazione, la sostanza con la messa in scena.
Il monumento, dunque, non è scomparso: si è dissolto in un flusso continuo di immagini, slogan e suggestioni, affidando la propria sopravvivenza non alla durata ma all’intensità momentanea dell’attenzione. E in questa transizione, più che una evoluzione, si intravede una raffinata forma di regressione travestita da modernità, una celebrazione estetica del vuoto che, nel suo fondo più sincero, non è altro che una declinazione contemporanea dell’edonismo fallico.
Raimondo Schiavone















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