Blog di Raimondo Schiavone e amici

“Finalmente si levano dalle ‘palle’: l’illusione di una liberazione annunciata”

C'è una frase, brutale e senza filtro, che oggi riassume meglio di qualsiasi analisi il sentimento di una parte dell'opinione pubblica: finalmente si levano dalle "palle", popolo di ignoranti e senza storia.
Una frase che non è diplomatica, non è elegante, ma è tremendamente efficace nel fotografare un umore. Poi arriva Donald Trump con uno dei suoi annunci e improvvisamente quello sfogo da bar si veste da notizia internazionale.
L'idea è potente: gli Stati Uniti che, dopo decenni di presenza militare, influenza politica e ingerenze più o meno esplicite, decidono di ridimensionarsi, di fare un passo indietro, di lasciare spazio. Una scena che, sulla carta, sa di riscatto storico.
E qui bisogna concedere qualcosa: non è del tutto sbagliato definirli un popolo senza storia. Mentre noi europei ci trasciniamo dietro millenni di civiltà, guerre, cattedrali, filosofia, pestilenze e rivoluzioni, gli americani si sono affacciati alla festa della storia appena ieri sera — e sono già convinti di essere i padroni di casa. Duecento e rotti anni, giusto il tempo di inventare il fast food, esportare la democrazia a colpi di portaerei e convincersi che il resto del mondo stesse aspettando il loro permesso per esistere. Una giovinezza precoce, si potrebbe dire con generosità. Un'arroganza strutturale, se si preferisce la brutalità.
Ma è proprio qui che l'ironia deve fare il suo lavoro, perché la distanza tra ciò che viene annunciato e ciò che accade realmente è, ancora una volta, abissale.
Gli Stati Uniti non sono una presenza che si misura solo in basi o soldati. Sono dentro le architetture economiche, nelle alleanze strategiche, nei modelli culturali che abbiamo assorbito e — diciamolo — anche un po' amato, tra un hamburger e una serie tv. Sono un sistema, non un inquilino. E i sistemi non fanno le valigie. Nemmeno quelli ignoranti.
Il paradosso, tutto sommato delizioso, è questo: disprezzarli costa poco, liberarsene costa moltissimo. Possiamo sfotterli quanto vogliamo — e spesso lo meritiamo —, ma nel frattempo paghiamo i mutui in dollari, guardiamo le loro piattaforme, litighiamo sui loro social network e aspettiamo che i loro tassi di interesse decidano le sorti delle nostre economie. Una subalternità elegante, condita di sussiego culturale.
Per questo l'entusiasmo rischia di essere più psicologico che reale. Una sorta di liberazione emotiva, una rivincita simbolica dopo anni in cui molti hanno percepito un rapporto squilibrato, quando non apertamente subordinato. Ci sentiamo finalmente liberi. Dalla finestra di casa, che danno su un continente ancora profondamente segnato da ogni decisione presa a Washington.
Ma la geopolitica non funziona per dichiarazioni a effetto. Non è un reality show — genere che, bisogna riconoscerlo, gli americani hanno perfezionato fino a portarlo alla Casa Bianca — in cui basta annunciare l'uscita per cambiare davvero gli equilibri. È un gioco lento, stratificato, dove ogni relazione lascia tracce profonde.
E allora forse la vera domanda non è se se ne vanno, ma cosa resta quando anche solo immaginiamo che possano farlo. Perché il punto non è liberarsi di qualcuno — nemmeno di un popolo che ha scoperto la propria storia guardando un film di Hollywood. Il punto è capire se siamo in grado di esistere senza dipendere da quel qualcuno.
Il resto è retorica, utile a scaldare gli animi ma incapace di cambiare davvero le cose. E in fondo, anche questa volta, più che una rivoluzione sembra l'ennesimo atto di una lunga rappresentazione. Con gli stessi attori. Gli stessi ruoli. E il solito pubblico che applaude convinto di aver assistito a qualcosa di nuovo.
Raimondo Schiavone 

Ti sei perso qualcosa?

Iscriviti al servizio di newsletter

SCARICA L'APP L'ORA DI DEMOLIRE sul tuo cellulare

INSTALLA
×
PWA Add to Home Icon

Seleziona questa icona in alto a destra PWA Add to Home Banner e poi scegli l'opzione AGGIUNGI alla SCHERMATA HOME

×