C'è un gesto che racconta un'epoca meglio di mille saggi accademici.
Al Concerto del Primo Maggio, una giovane artista — Delia — sostituisce una parola con un'altra: "partigiano" diventa "essere umano". Fine. Applausi. Trending topic. Il solito teatro digitale che dura ventiquattr'ore e poi svanisce.
Ma il punto non è la cantante. Il punto è il sintomo.
"Partigiano" è una parola che pesa. Che taglia. Che ti obbliga a scegliere.
"Essere umano" è il contrario: non offende nessuno, non espone, non rischia. È la parola perfetta per un'epoca che ha paura del conflitto e si consola con l'astrazione morale. Parli a tutti. Non dici niente. Ti senti in pace.
Ma questa non è inclusione. È ipocrisia. Linguistica, prima ancora che politica.
Perché la storia — quella vera, non quella da reel — non l'hanno mai fatta gli "esseri umani". L'hanno fatta i partigiani. In Italia, in Europa, ovunque ci fosse qualcosa da opporre, qualcosa da difendere, qualcuno da combattere. Prendendo posizione. Pagando un prezzo.
A Cuba la parola "partigiano" non era mai stato un problema semantico: era una scelta di campo, una responsabilità storica concreta. Si stava da una parte o dall'altra — senza anestesia, senza eufemismi, senza bisogno di fare tendenza.
Oggi invece assistiamo a qualcosa di più sottile e più vigliacco: non si elimina la realtà, si cambiano le parole per renderla meno scomoda. Un'operazione di igiene linguistica che puzza di ipocrisia a distanza di chilometri.
Il risultato è una generazione iperconnessa che commenta Gaza, il Libano, l'Iran come fossero feed da scrollare — non tragedie da capire, non conflitti su cui prendere posizione. Si mostra empatia universale per non rischiare nulla di specifico.
Ed è qui che la questione smette di essere culturale e diventa politica.
Non prendere parte non è neutralità. È una scelta. La più comoda di tutte.
Io una posizione ce l'ho, e non l'ho mai nascosta. Credo nella resistenza come fatto storico e politico — non come parola da addomesticare per non urtare qualcuno. Quando si parla di Libano, di Gaza, di Iran, la resistenza non è una metafora da salotto: è una realtà geopolitica concreta. Può piacere o no. Ma esiste. E diluirla nell'"essere umano" generico significa non capire nulla di quello che sta accadendo.
Il problema non è Delia.
Il problema è il mondo che applaude questa sostituzione come fosse coraggio — quando è esattamente il contrario. È la viltà travestita da sensibilità. La resa mascherata da apertura mentale.
Essere "partigiani" oggi non significa replicare slogan di settant'anni fa. Significa avere il fegato di leggere la realtà e stare da una parte — anche quando fa paura, anche quando costa.
"Essere umano", nel frattempo, è diventato il rifugio perfetto per chi quel prezzo non vuole pagarlo.
E allora sì: questo è il ritratto preciso dei nostri tempi. Una società che ha elevato la neutralità a virtù e trasformato l'impegno in un rischio reputazionale. Che si lava la coscienza con una parola più morbida e chiama tutto questo progresso.
Ma la storia non la fanno gli esseri umani.
La fanno ancora — nel bene e nel male — quelli che scelgono. Quelli che non si nascondono. Quelli che non hanno bisogno di ammorbidire le parole per sembrare brave persone.
Raimondo Schiavone















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