Blog di Raimondo Schiavone e amici

Censura selettiva e verità a intermittenza: il pensiero unico digitale che decide cosa puoi dire

C’è un dettaglio che sfugge ai più, ma che in realtà racconta tutto: ti censurano, poi ti riabilitano. Ti oscurano, poi ti chiedono scusa. Ma nel frattempo il danno è fatto. Il tempo è passato. Il contenuto ha perso forza, diffusione, impatto. E soprattutto: decidono loro cosa puoi dire e quando puoi dirlo.
Il caso è emblematico. Un contenuto politico, un’opinione netta, una posizione chiara su uno dei nodi più delicati della geopolitica contemporanea: la critica al sionismo e all’imperialismo americano. Risultato? Rimozione. Poi ricorso. Poi analisi. Poi approvazione. Poi scuse.
Ma qui non siamo davanti a un errore tecnico. Siamo davanti a un meccanismo.
Un meccanismo che funziona sempre allo stesso modo: colpisce prima, riflette dopo. E nel frattempo orienta il dibattito. Perché il punto non è se alla fine il contenuto venga ripristinato. Il punto è che, per ore o giorni, quel contenuto non esiste. Non circola. Non entra nel flusso. Non contribuisce alla formazione dell’opinione pubblica.
E guarda caso, questo accade sempre su un certo tipo di contenuti. Sempre su un certo tipo di posizioni. Sempre su un certo tipo di parole.
Non si può stare dalla parte di quelli che si oppongono al sionismo ed all’imperialismo americano.
Questa non è una sensazione. È una linea editoriale non dichiarata ma perfettamente riconoscibile. È il perimetro invisibile dentro cui i social — piattaforme private che ormai svolgono una funzione pubblica — decidono cosa è accettabile e cosa no.
Il paradosso è quasi grottesco: ti parlano di community, di libertà di espressione, di pluralismo. Poi però costruiscono algoritmi e sistemi di moderazione che funzionano come filtri ideologici. Non neutrali. Mai neutrali.
E allora succede che criticare il sionismo e l’imperialismo americano diventa automaticamente “contenuto sensibile”. Che raccontare alcune resistenze diventa “potenzialmente problematico”. Che usare certe parole ti espone a un rischio che altri, con parole opposte, non corrono.
Non è censura totale. Sarebbe troppo evidente. È qualcosa di più raffinato e, proprio per questo, più pericoloso: una censura intermittente, selettiva, algoritmica. Una censura che non ti elimina del tutto, ma ti rallenta, ti riduce, ti indebolisce.
Ti lascia parlare — ma meno.
Ti lascia esistere — ma con il freno a mano tirato.
E nel frattempo costruisce un racconto del mondo dove alcune narrazioni scorrono libere e altre vengono costantemente ostacolate.
Il punto politico è enorme. Perché oggi il dibattito pubblico passa da lì. Non dai giornali, non dalle piazze, non dai partiti. Passa dai feed. Dalle piattaforme. Dagli algoritmi.
E se il filtro è ideologico, il risultato è inevitabile: una realtà raccontata a metà.
Non è più solo una questione di libertà di parola. È una questione di potere. Di chi decide cosa è visibile e cosa no. Di chi stabilisce quali conflitti possono essere raccontati e quali devono essere edulcorati.
E allora quel messaggio di scuse — “ci dispiace per il disagio” — suona quasi come una beffa. Perché il disagio non è tecnico. È politico.
E non si risolve con un clic di ripristino.
Raimondo Schiavone 

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