Blog di Raimondo Schiavone e amici

BARCELLONA, LA TENTAZIONE DI UNA NUOVA ARCHITETTURA PROGRESSISTA NEL MONDO CHE SI DISFA

C’è una linea invisibile che attraversa questo tempo storico: da un lato il collasso dell’ordine internazionale costruito dopo il 1945, dall’altro il tentativo — ancora incerto — di riscriverne uno nuovo. Dentro questa faglia si colloca la Global Progressive Mobilisation di Barcellona, voluta da Pedro Sánchez e sostenuta da Luiz Inácio Lula da Silva.
Non è un vertice come gli altri. È, nelle intenzioni, un laboratorio geopolitico. Un tentativo di costruire una contro-architettura rispetto a un sistema occidentale che oggi appare logorato, contraddittorio, incapace di gestire le proprie crisi senza ricorrere alla forza.
Il contesto è brutale: crisi nello Stretto di Hormuz, escalation tra asse USA-Israele e Iran, pressione tariffaria globale, tensioni sistemiche dentro la Nato, con Donald Trump che mette in discussione pilastri che per decenni sono stati considerati intoccabili. Non è più solo una crisi geopolitica: è una crisi di egemonia.
Ed è proprio qui che si inserisce Sánchez. Non come semplice organizzatore, ma come attore che prova a ridefinire il posizionamento dell’Europa dentro il nuovo ordine multipolare. Il suo obiettivo non è dichiarato, ma è evidente: sottrarre l’Europa alla subalternità strategica e costruire un asse alternativo che tenga insieme progressismo occidentale e Sud globale.
La presenza di leader come Claudia Sheinbaum, Gustavo Petro e Yamandú Orsi non è ornamentale. È strutturale. Senza il Sud globale, questo progetto non esiste. Perché è lì che si gioca oggi la vera partita: non più tra Est e Ovest, ma tra chi detiene il potere e chi chiede di redistribuirlo.
Barcellona, in questo senso, tenta una mossa ambiziosa: trasformare il progressismo da cultura politica a infrastruttura geopolitica. Non più solo valori condivisi, ma interessi convergenti. Non più dichiarazioni, ma allineamento strategico.
Il problema è che l’avversario non è fermo. Le destre globali hanno già costruito una rete operativa: fondazioni, flussi finanziari, università, media, piattaforme digitali. Un ecosistema che produce consenso e influenza. Non hanno bisogno di dichiarare un’Internazionale: la praticano ogni giorno.
La GPM prova a colmare questo ritardo, ma parte da una debolezza strutturale: non ha strumenti coercitivi, non ha leve economiche autonome, non ha un sistema finanziario di riferimento. È una rete politica senza ancora una base materiale consolidata.
E qui entra la vera questione strategica.
Se Barcellona vuole essere qualcosa di più di un coordinamento difensivo, deve affrontare tre nodi geopolitici fondamentali.
Il primo è l’energia. La crisi iraniana ha dimostrato che il controllo delle rotte e delle risorse resta il cuore della geopolitica. Il modello spagnolo, sostenuto da Teresa Ribera, prova a costruire autonomia attraverso le rinnovabili. Ma senza una strategia globale sulle materie prime — litio, terre rare, infrastrutture — l’indipendenza energetica resta un’illusione parziale.
Il secondo nodo è il sistema finanziario internazionale. Il Sud globale non chiede più aiuti: chiede riforme. Fondo Monetario, Banca Mondiale, regole del commercio. Se la GPM non entra su questo terreno con proposte concrete — debito, trasferimento tecnologico, nuova governance — resterà fuori dalla partita vera.
Il terzo nodo è la sicurezza. Ed è qui che emerge tutta l’ambiguità del progetto. Mentre a Parigi Emmanuel Macron costruisce coalizioni operative insieme a Giorgia Meloni per presidiare Hormuz, Barcellona parla di pace e multilateralismo. Ma la geopolitica non è neutra: qualcuno controlla, qualcuno subisce.
Sánchez prova a tenere insieme queste due dimensioni: non rompere con l’alleanza atlantica, ma ridurne la dipendenza. Non entrare in conflitto diretto con Washington, ma costruire margini di autonomia. È una strategia sottile, quasi da equilibrista. E come tutti gli equilibri, può reggere o crollare.
Lula, dal canto suo, porta una visione più esplicita: rafforzare la sovranità dei popoli e ridurre l’ingerenza esterna. Luiz Inácio Lula da Silva non parla solo da leader nazionale, ma da rappresentante di un blocco che vuole contare di più. Il suo messaggio è chiaro: senza riequilibrio globale, non c’è stabilità.
E poi c’è Gustavo Petro, che spinge ancora oltre, mettendo in discussione apertamente le alleanze tradizionali e proponendo modelli alternativi di sicurezza. Una posizione radicale, che però segnala una tensione reale dentro il fronte progressista: quanto spingersi oltre senza rompere definitivamente gli equilibri esistenti.
Barcellona, alla fine, è tutto questo: ambizione e fragilità, visione e limite.
Non è ancora una nuova Internazionale. Non è ancora un blocco geopolitico. Ma è il primo tentativo serio, dopo anni, di costruire una piattaforma globale alternativa.
Il rischio è evidente: restare un esercizio di coordinamento tra élite politiche che condividono analisi ma non strumenti.
L’opportunità è altrettanto chiara: trasformare questa rete in una vera architettura di potere capace di incidere su energia, finanza e sicurezza.
Nel mezzo c’è la realtà. E la realtà, oggi, è che il mondo non aspetta chi discute. Premia chi decide.
Raimondo Schiavone 

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