Blog di Raimondo Schiavone e amici

BARCELLONA 17–18 APRILE 2026

Relazione analiticaContesto, interventi, analisi geopolitica ed economica

1. Il mondo che si disfa: la crisi dell’ordine post-1945

C’è una linea invisibile che attraversa questo tempo storico: da un lato il collasso dell’ordine internazionale costruito dopo il 1945, dall’altro il tentativo — ancora incerto — di riscriverne uno nuovo. Dentro questa faglia si colloca la Global Progressive Mobilisation di Barcellona, voluta da Pedro Sánchez e sostenuta da Luiz Inácio Lula da Silva.

Non è un vertice come gli altri. È, nelle intenzioni, un laboratorio geopolitico. Un tentativo di costruire una contro-architettura rispetto a un sistema occidentale che oggi appare logorato, contraddittorio, incapace di gestire le proprie crisi senza ricorrere alla forza.

Il contesto è brutale: crisi nello Stretto di Hormuz, escalation tra l’asse USA-Israele e l’Iran, pressione tariffaria globale, tensioni sistemiche dentro la Nato, con Donald Trump che mette in discussione pilastri che per decenni sono stati considerati intoccabili. Non è più solo una crisi geopolitica: è una crisi di egemonia.

Il sistema multilaterale costruito a Bretton Woods, poi consolidato attraverso il GATT, l’OMC, la Banca Mondiale, il FMI, e le istituzioni di sicurezza collettiva, era fondato su un presupposto implicito: che gli Stati Uniti fossero il garante e il beneficiario principale di quell’ordine. Quel presupposto è oggi apertamente messo in discussione dalla stessa amministrazione americana. Trump ha lanciato un’offensiva militare contro l’Iran senza consultare né le Nazioni Unite né i tradizionali alleati occidentali, rompendo di fatto le regole del sistema multilaterale costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale. A questo si aggiunge la sua pressione sui paesi NATO affinché portino la spesa militare al 5% del PIL, una richiesta che Sánchez ha respinto apertamente.

L’effetto sull’Europa è stato un sommovimento profondo. Per la prima volta dalla fine della guerra fredda, alleati storici degli USA si trovano a dover ridefinire la propria posizione strategica non a causa di una minaccia esterna, ma a causa delle pressioni del loro stesso alleato-leader. È questo il contesto che rende Barcellona un evento di portata storica, non una semplice kermesse progressista.

2. La struttura del potere globale oggi: chi comanda, chi subisce

Per capire Barcellona occorre capire la struttura di potere del mondo contemporaneo. Negli ultimi trent’anni, il cosiddetto «ordine liberale internazionale» ha funzionato come sistema di governance globale sotto egemonia americana. Ma quell’ordine è oggi in crisi strutturale.

Le cause sono multiple e convergenti. Sul piano economico, la globalizzazione ha prodotto benefici concentrati in pochi paesi e classi sociali, alimentando la rivolta contro le élite che è la radice profonda del populismo di destra. Sul piano geopolitico, l’ascesa della Cina ha eroso il predominio statunitense in Asia e progressivamente nel mondo. Sul piano della legittimità, le guerre irachena, afghana, libica — tutte condotte o incoraggiate da Washington — hanno prosciugato la riserva morale su cui si fondava il primato occidentale.

Le destre globali hanno saputo capitalizzare questa crisi. Hanno costruito un’Internazionale sovranista operativa, con reti finanziarie, fondazioni, università, media e piattaforme digitali che producono consenso su scala planetaria. Non hanno bisogno di dichiararsi internazionaliste: lo praticano ogni giorno attraverso flussi di denaro, scambi di personale politico, condivisione di tecnologie della comunicazione. Dal CPAC americano alle fondazioni europee finanziate da capitali conservatori, dalla rete di Orban ai legami tra Vox spagnola e i partiti gemelli in America Latina, l’ecosistema è già in piedi e funziona.

Il progressismo globale, invece, ha vissuto decenni di frantumazione. L’Internazionale Socialista era diventata un’associazione sempre più burocratica e priva di vera incisività, tanto che nel 2013 i socialdemocratici tedeschi avevano creato l’Alleanza Progressista come alternativa. La sinistra si era ripiegata su battaglie identitarie e su una difesa dell’esistente che la rendeva indistinguibile, agli occhi dei ceti medi in declino, dai suoi avversari.

Barcellona è il tentativo di rompere questo schema. Non è un’ammissione di debolezza: è una risposta strategica. E la scelta del momento non è casuale.

3. Il timing politico: perché proprio ora

L’iniziativa matura dopo il successo della destra nelle elezioni europee del giugno 2024 e viene presentata ufficialmente all’ultimo congresso del PSE ad Amsterdam nell’ottobre dello stesso anno. Ma è il 2025-2026 a renderla urgente.

Nell’aprile 2026, quando il vertice si tiene, il panorama politico internazionale offre segnali contraddittori. Da un lato la destra globale ha continuato ad avanzare in molti paesi: Milei in Argentina, Kast in Cile, Noboa in Ecuador, Asfura in Honduras. I sovranismi europei, pur indeboliti da alcune sconfitte, mantengono radici profonde. Trump governa gli Stati Uniti con un’agenda che mette a repentaglio i legami atlantici.

Dall’altro lato, però, emergono i primi segnali di inversione. In Italia, quindici milioni di persone si sono mobilitate per il «no» al referendum sulla giustizia, infliggendo una sconfitta al governo Meloni. In Ungheria, Viktor Orbán — il campione del sovranismo europeo, sostenuto da Trump e Meloni — ha subìto una netta sconfitta elettorale, prima storica battuta di Fidesz nell’era del suo dominio. Questi segnali, da soli, non ribaltano i rapporti di forza. Ma offrono un’apertura narrativa: il progressismo può ricominciare a parlare di vittoria, non solo di resistenza.

È esattamente questa finestra che Sánchez sceglie di aprire. La convocazione di Barcellona non è un atto di forza, ma di opportunismo strategico nel senso nobile del termine: cogliere il momento giusto per lanciare un progetto che altrimenti resterebbe astratto.

4. La doppia architettura dell’evento

La Global Progressive Mobilisation di Barcellona non è un evento singolo ma un sistema di eventi paralleli e complementari, svoltisi il 17 e 18 aprile 2026 nella capitale catalana.

Il primo livello è il «Foro Democracia Siempre», il Quarto Vertice in Difesa della Democrazia, iniziativa nata in Cile nel giugno 2025 su impulso dell’allora presidente Gabriel Boric. Questo forum riunisce esclusivamente capi di Stato e di governo in carica, ed è la sede degli interventi politici più formali e delle dichiarazioni ufficiali.

Il secondo livello è la Global Progressive Mobilisation propriamente detta, una piattaforma internazionale che punta a trasformare i valori progressisti in azioni concrete attraverso una rete di collaborazione tra governi, partiti, sindacati e società civile. Promossa congiuntamente dall’Internazionale Socialista, dal Partito dei Socialisti Europei e dall’Alleanza Progressista, la GPM ha riunito oltre tremila partecipanti da più di cento paesi, distribuiti in oltre cento incontri tra panel di esperti, workshop, sessioni bilaterali e cene di lavoro.

A latere dei due eventi principali si è tenuto il vertice bilaterale Spagna-Brasile, il primo nella storia tra i due paesi, ospitato al Palazzo di Pedralbes con circa dieci ministri per parte e la firma di oltre dieci accordi su cooperazione consolare, scienza e tecnologia, innovazione, parità di genere ed economia sociale e solidale. Un evento che ha trasformato il simposio politico in un atto diplomatico concreto.

La GPM è stata definita dagli organizzatori «il più grande evento della socialdemocrazia del ventunesimo secolo». Non ha personalità giuridica né capacità di imporre sanzioni. Le sue decisioni richiedono consenso unanime. Ma opera come canale agile per allineare agende tra governi progressisti e partiti socialdemocratici, con una flessibilità che le strutture formali non possono offrire.

5. I partecipanti: una mappa del progressismo mondiale

Capi di Stato e di Governo

Otto capi di Stato e di governo in carica hanno partecipato al vertice, ciascuno portando il peso specifico della propria esperienza nazionale e regionale.

Pedro Sánchez (Spagna) — Primo Ministro spagnolo, architetto e ospite dell’evento. Presidente dell’Internazionale Socialista dal 2022, Sánchez ha usato questa doppia veste per trasformare una piattaforma ideologica in un’operazione geopolitica concreta.

Luiz Inácio Lula da Silva (Brasile) — Principale co-protagonista. Leader del paese più grande dell’America Latina, Lula porta al vertice il peso di un paese da 215 milioni di abitanti, una delle dieci maggiori economie mondiali, e una biografia politica che incarna la capacità del progressismo di tornare al potere dopo anni di persecuzione e opposizione.

Claudia Sheinbaum (Messico) — Presidente della seconda economia dell’America Latina, Sheinbaum ha compiuto con Barcellona il suo primo viaggio fuori dall’America dall’insediamento, e la prima visita di un capo di stato messicano in Spagna in otto anni. Un segnale di riconciliazione diplomatica tra Madrid e Città del Messico dopo anni di tensioni.

Gustavo Petro (Colombia) — Il più radicale dei leader latinoamericani presenti. Già guerrigliero del movimento M-19, Petro governa con un’agenda di rottura con le politiche precedenti su narcotrafficanti, usa del suolo e relazioni con gli Stati Uniti. Con 164 giorni di mandato rimasti al momento del vertice, porta una voce che spinge il fronte progressista oltre i suoi confini abituali.

Yamandú Orsi (Uruguay) — Presidente del paese con il più alto indice di sviluppo umano in America Latina. La sua presenza non fa notizia per l’impatto geopolitico ma per la credibilità istituzionale: l’Uruguay incarna la governance progressista responsabile, la dimostrazione che si può fare.

Cyril Ramaphosa (Sudafrica) — Unico leader africano di peso presente in carne e ossa. Anche lui ai ferri corti con Trump per le tensioni sulla politica agraria sudafricana. Porta la voce del continente africano in un vertice che rischia altrimenti di rimanere troppo atlantico.

António Costa (UE) — Presidente del Consiglio Europeo, ex Primo Ministro socialista del Portogallo. La sua presenza conferisce al vertice una legittimità istituzionale europea di primo piano.

Inga Ruginiené (Lituania) — Prima Ministra lituana. Voce dell’Europa orientale, spesso sottorappresentata nelle iniziative progressiste dell’Europa occidentale.

Mia Amor Mottley (Barbados) — Prima Ministra di uno dei piccoli stati insulari caraibici più vulnerabili ai cambiamenti climatici. La sua presenza fisicizza la questione della giustizia climatica come emergenza esistenziale per i paesi del Sud.

Leader europei e internazionali

Sul versante europeo, accanto a Costa e Sánchez, spiccano figure di primo piano: Lars Klingbeil, vice-cancelliere tedesco e segretario dell’SPD; Andreas Babler, vice-cancelliere austriaco; David Lammy, vice-Primo Ministro britannico; Albin Kurti, Primo Ministro del Kosovo; Stefan Löfven, ex Premier svedese e presidente del PSE; Iratxe García Pérez, capogruppo S&D al Parlamento europeo; Magdalena Andersson (Socialdemocratici svedesi); Olivier Faure (PS francese); Paul Magnette (PS belga); José Luís Carneiro (PS portoghese).

Una presenza di rilievo è quella del liberale Dominique de Villepin, ex Premier francese, che aveva già apostrofato Sánchez come colui che «ha salvato l’onore dell’Europa». La sua partecipazione segnala come il vertice ambisca a porsi come punto di riferimento per un’area più ampia del solo socialismo classico.

Dall’India arriva Rahul Gandhi, leader dell’opposizione progressista, rappresentante della più grande democrazia del mondo. Dagli Stati Uniti, Zohran Mamdani, sindaco di New York, e Bernie Sanders intervengono in video, inseriti in questa nuova cornice progressista globale.

Da Barcellona viene anche l’ex presidente cileno Gabriel Boric, padre del «Foro Democracia Siempre», che ha ottenuto all’ultimo momento l’autorizzazione del Congresso per partecipare. E poi l’ex Primo Ministro palestinese Mohammad Shtayyeh, la cilena Isabelle Allende.

La delegazione italiana

La delegazione italiana è la più numerosa tra quelle di paesi non rappresentati al livello capo di governo. La guida Elly Schlein, segretaria del PD, unica leader italiana invitata. Con lei: Roberto Gualtieri (sindaco di Roma); Giacomo Filibeck (segretario generale PSE); Laura Boldrini (ex presidente della Camera); Peppe Provenzano (responsabile esteri PD); Chiara Braga (capogruppo PD alla Camera); Camilla Laureti (eurodeputata); Enzo Maraio (PSI); Francesca Bria, Arianna Censi e Luca Menesini per il mondo dell’amministrazione locale e della società civile.

Significativa l’assenza di Giuseppe Conte e del Movimento 5 Stelle, che dopo anni di ambiguità ha aderito alla famiglia dell’ultrasinistra europea di Left — una scelta che lo esclude dall’alveo socialista-democratico rappresentato a Barcellona.

6. Pedro Sánchez: l’architetto del fronte

Pedro Sánchez è il motore politico del vertice. Non si limita a ospitare: è lui che ha definito la narrativa, scelto i partecipanti, costruito il format. Il suo intervento alla sessione plenaria di apertura, il 17 aprile, stabilisce i termini di tutto il dibattito successivo.

Il punto centrale del suo discorso è la distinzione tra due modi di stare nel mondo: quello di chi «apre ferite» e quello di chi vuole «chiuderle e curarle». È una metafora semplice, ma efficace. Nomina senza nominarli Trump, Netanyahu, le destre sovraniste, e traccia la linea.

Pedro Sánchez: «I nostri governi, come le nostre società, vogliono raddoppiare gli sforzi per lavorare per la pace e un multilateralismo rafforzato. Mentre altri aprono ferite noi vogliamo chiuderle e curarle, ridurre le disuguaglianze e dare risposte alle grandi sfide dell’umanità.»

— L’Espresso, 17 aprile 2026

Sul dossier mediorientale, Sánchez assume una posizione esplicita che vale come autodefinizione: non vuole restare nel coro, non accetta la retorica della «neutralità prudente». La neutralità davanti all’ingiustizia è una forma di complicità, dice. E la Spagna, sotto la sua guida, ha dimostrato che si può rompere il gregge senza perdere il potere.

Pedro Sánchez: «Alzare la voce contro una guerra illegale non sempre è comodo, ma senza dubbio è la cosa corretta. La neutralità davanti all’ingiustizia non è prudenza, è rinuncia. E non rinunceremo a ciò che siamo.»

— L’Espresso, 17 aprile 2026

Prima del vertice, in una dichiarazione rilasciata nel corso di una visita in Cina, Sánchez aveva già chiarito l’ambizione internazionalista del progetto:

Pedro Sánchez: «Penso sia molto importante che i partiti e i governi progressisti si uniscano per far capire alle persone in tutto il mondo che apparteniamo a qualcosa che va ben oltre questioni di politica interna.»

— Internazionale, 17 aprile 2026

Sul fenomeno Orbán e più in generale sull’arretramento delle destre, Sánchez ha sottolineato il significato della sconfitta ungherese come prova di reversibilità:

Pedro Sánchez: «L’ondata di destra può essere fermata, e l’Ungheria l’ha appena dimostrato.»

— Internazionale, 17 aprile 2026

Il suo discorso sulla sovranità del multilateralismo — pubblicato su Le Monde Diplomatique di aprile 2026 — articola una filosofia più profonda, quella della necessità di riformare le istituzioni internazionali piuttosto che abbandonarle:

Pedro Sánchez: «In secondo luogo, il sistema deve diventare più democratico, più diversificato e più inclusivo. I paesi del Sud globale non possono rimanere meri beneficiari passivi di risorse. Devono diventare artefici del proprio futuro, con una voce, un voto e un’influenza reale nelle istituzioni multilaterali.»

— Le Monde Diplomatique / Assopace Palestina, aprile 2026

«Dobbiamo rafforzare le capacità di controllo e di coercizione delle istituzioni responsabili della sicurezza mondiale. Le norme hanno valore solo se ci si può assicurare che vengano rispettate. Da troppo tempo, chi viola le regole comuni ha dormito sonni tranquilli, mentre chi le rispetta si limita a rilasciare dichiarazioni di profonda preoccupazione. Questa situazione non può andare avanti.»

— Le Monde Diplomatique, aprile 2026

Nel vertice bilaterale con Lula, al Palazzo di Pedralbes, Sánchez ha ribadito la dimensione atlantica-latinoamericana del progetto:

Pedro Sánchez — nel vertice bilaterale con Lula: «La cooperazione tra Europa e America Latina non è un accessorio della nostra politica estera. È il cuore di una visione multipolare del mondo in cui nessuna regione resta subalterna.»

— Euronews, 17 aprile 2026

Il Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) aveva già definito l’evento «una mobilitazione storica per un momento storico», precisando che il forum avrebbe servito a difendere «la democrazia e i diritti fondamentali» e che Barcellona avrebbe gettato le basi «per una necessaria alternativa alle forze conservatrici e di estrema destra».

7. Luiz Inácio Lula da Silva (Brasile): lo spettro del fascismo e il sogno del mondo nuovo

Lula è il co-protagonista assoluto del vertice. La sua presenza a Barcellona non è solo simbolica: con il suo peso politico, la sua biografia di resistenza, e il suo radicamento nel movimento operaio e nei popoli latinoamericani, egli dà al progetto una dimensione che va oltre l’Occidente progressista.

Il suo primo intervento, nella sessione plenaria del 17 aprile, combina il registro emotivo con quello politico. Elogia Sánchez per aver costruito qualcosa di concreto, lancia un appello alla speranza contro la rassegnazione, e poi evoca lo spettro del fascismo con una direttezza che nessun altro leader si permette:

Lula da Silva: «Noi democratici ora abbiamo tanta gente. Pedro ha ottenuto qualcosa di straordinario.»

— L’Espresso, 17 aprile 2026

Lula da Silva: «Quello che bisogna fare è dare speranza al mondo, fare un discorso che dia speranza e risvegli il sogno di un mondo migliore.»

— L’Espresso, 17 aprile 2026

Lula da Silva: «Occorre trovare una soluzione per rafforzare la democrazia nel mondo, per non permettere un ritorno al passato, perché altrimenti succede quanto successo con Hitler, il fascismo, il nazismo. La democrazia è la cosa migliore del mondo.»

— L’Espresso, 17 aprile 2026

Il riferimento al fascismo non è retorico. Lula sa cosa significa vivere in un paese dove la democrazia è stata messa in crisi. La sua presidenza è stata preceduta dall’assalto bolsonarista alle istituzioni del gennaio 2023, un evento che ha segnato profondamente la coscienza politica brasiliana. Quando evoca Hitler, parla da chi ha toccato con mano la deriva.

Nel vertice bilaterale con Sánchez, firmato il giorno stesso, Lula ha risposto alla dichiarazione spagnola del «no alla guerra» con una solidarietà personale che trascende la diplomazia formale:

Lula da Silva — al vertice bilaterale con Sánchez: «Mio caro amico Pedro Sánchez, ti capisco quando dici «No alla guerra».»

— Euronews, 17 aprile 2026

Nella seconda giornata, Lula ha spostato l’attenzione su Cuba. La questione non è solo umanitaria: è un test di coerenza sulla sovranità dei popoli. E Lula lo dice con parole che non lasciano spazio all’ambiguità diplomatica:

Lula da Silva: «Bisogna fermare questo blocco a Cuba e lasciare che i cubani vivano la loro vita. Non è possibile restare in silenzio di fronte a questo.»

— L’Espresso, 18 aprile 2026

Lula da Silva: «Io sono molto preoccupato per Cuba. Cuba ha dei problemi, ma è un problema dei cubani, non è di Lula, di Sheinbaum o di Trump. È un problema del popolo cubano.»

— L’Espresso, 18 aprile 2026

Sul ruolo delle Nazioni Unite, Lula ha ribadito la sua visione del multilateralismo come architettura essenziale, anche quando sembra impotente:

Lula da Silva: «L’ONU è uno strumento molto prezioso se funziona bene.»

— L’Espresso, 18 aprile 2026

La sua presenza ha avuto anche una dimensione economica concreta. Il vertice bilaterale con Sánchez ha coinciso con la celebrazione dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Mercosur — un accordo in cui il premier spagnolo ha giocato un ruolo chiave e che Lula ha riconosciuto pubblicamente. Questo accordo, se applicato pienamente, coinvolge un mercato combinato di oltre 700 milioni di persone e potrebbe riequilibrare significativamente i flussi commerciali tra i due continenti.

Sul piano interno brasiliano, la partecipazione di Lula al vertice avviene in un momento di difficoltà economica: inflazione alimentata dalla crisi di Hormuz, tasso Selic al 14,75%, e un’elezione presidenziale in ottobre in cui i sondaggi lo vedono in territorio incerto. Barcellona è anche, per lui, un’operazione di proiezione internazionale che compensa le difficoltà interne con una leadership globale visibile.

8. Claudia Sheinbaum (Messico): sovranità, Cuba e la tradizione del non-intervento

La partecipazione di Claudia Sheinbaum al vertice di Barcellona è stata uno dei segnali diplomatici più significativi dell’intero evento. Sheinbaum è nota per la sua riluttanza ai viaggi internazionali — una caratteristica che aveva suscitato critiche nei primi mesi della sua presidenza. La sua presenza a Barcellona ha dunque il valore di una scelta deliberata, non di un’abitudine protocollare.

Si tratta del suo primo viaggio fuori dall’America dall’insediamento, e della prima visita di un capo di stato messicano in Spagna in otto anni. I due paesi hanno attraversato anni di tensioni diplomatiche, culminate nel 2023 in una crisi aperta legata alle dichiarazioni dell’ex presidente López Obrador sulla Spagna coloniale. Barcellona segna dunque una riconciliazione, e Sheinbaum ne è il veicolo.

Nel suo intervento al Quarto Vertice in Difesa della Democrazia, il 18 aprile, Sheinbaum ha proposto una delle dichiarazioni più concrete dell’intero summit: una risoluzione formale contro qualsiasi ipotesi di intervento militare a Cuba. Ha richiamato la tradizione diplomatica del Messico — non-interventista per vocazione storica e costituzionale — e ha trasformato la piccola isola in un simbolo universale di resistenza:

Claudia Sheinbaum: «Voglio proporre una dichiarazione contro l’intervento militare a Cuba.»

— L’Espresso, 18 aprile 2026

Claudia Sheinbaum: «Nessun popolo è piccolo quando difende stoicamente la propria sovranità e il diritto a una vita piena.»

— L’Antidiplomatico, 18 aprile 2026

Richiamando il 1962 — quando il Messico fu l’unico paese dell’OEA a non votare l’espulsione di Cuba — Sheinbaum ha rivendicato una continuità storica:

Claudia Sheinbaum: «Il Messico si oppose al blocco dell’isola già nel 1962, quando molti tacquero.»

— L’Antidiplomatico, 18 aprile 2026

Nel tweet pubblicato durante il vertice, Sheinbaum ha citato Abraham Lincoln per ancorare la sua visione della democrazia a una definizione universale:

«Democracia, como diría Abraham Lincoln, es el poder del pueblo, por el pueblo y para el pueblo. IV Cumbre en Defensa de la Democracia.»

— @Claudiashein, 18 aprile 2026

Il profilo di Sheinbaum è quello di una leader tecnico-scientifica (fisica di formazione, ex sindaca di Città del Messico con un mandato focalizzato sull’energia rinnovabile e la mobilità urbana) che governa un paese enorme e contradittorio, con una frontiera settentrionale che è la più attraversata al mondo e che produce pressioni geopolitiche quotidiane da parte degli Stati Uniti. Il suo non-interventismo non è passività: è una dottrina elaborata, codificata nel diritto internazionale messicano, che ha permesso al Messico di mantenere relazioni con governi di ogni orientamento senza essere strumento di nessuno.

La sua presenza a Barcellona, simultanea alle trattative in corso tra Trump e il governo messicano sui dazi e sull’immigrazione, segnala che la cooperazione progressista globale non è incompatibile con una politica pragmatica verso Washington — anzi, può essere uno strumento per rafforzare il margine di manovra messicano.

Sul piano economico, Sheinbaum gestisce la triplice pressione del debito di Pemex (13 miliardi di dollari di muro debitorio imminente), le minacce tariffarie di Trump, e la necessità di mantenere la coesione interna di un’eredità politica — quella di López Obrador — che ha creato forti dipendenze clientelari. Barcellona le offre una cornice internazionale in cui presentarsi come leader sovranista ma dialogante, alternativa al trumpismo senza essere sua nemica aperta.

9. Gustavo Petro (Colombia): la voce più radicale del continente

Gustavo Petro è, tra i leader latinoamericani presenti a Barcellona, quello con la posizione più radicale e più controversa. Ex militante del M-19 — il movimento guerrigliero urbano che fu protagonista del sequestro del Palazzo di Giustizia di Bogotà nel 1985 — Petro è diventato presidente nel 2022 come primo presidente di sinistra della storia colombiana. Il suo mandato scade nel 2026 e, al momento del vertice, mancano 164 giorni alla fine del suo governo.

Il suo intervento a Barcellona è stato il più esplicitamente anti-Trump e anti-Netanyahu dell’intero summit. Petro non si è limitato alla critica diplomatica: ha prodotto un’analisi della psicologia politica di Trump che merita di essere riportata integralmente.

Gustavo Petro: «Il presidente Trump, a causa delle bolle di comunicazione che lo circondano in modo permanente e dei pregiudizi, finisce in un blocco molto distruttivo per l’umanità, spinto da Netanyahu, non è il contrario.»

— L’Espresso, 17 aprile 2026

Gustavo Petro: «Netanyahu ha amici più forti nel governo degli Stati Uniti dello stesso Trump.»

— L’Espresso, 17 aprile 2026

Gustavo Petro: «Questo porta Trump ad agire come in un videogame, senza raziocinio, giocando con milioni di esseri umani.»

— L’Espresso, 17 aprile 2026

In un’intervista ai media pubblici iberici rilasciata contestualmente alla visita in Spagna, Petro ha evocato il fantasma del nazismo, trasformando il discorso sull’immigrazione europea in un’analisi dello strutturale ritorno della xenofobia come motore del consenso di destra:

Gustavo Petro — media pubblici iberici: «La diversità è fonte di ricchezza. Ora, la xenofobia e la vittoria alle elezioni attraverso l’odio verso gli stranieri e l’odio razziale — perché non si tratta di uno straniero qualsiasi, ma dipende dal colore della pelle — questo si chiama Hitler.»

— ANSA, 17 aprile 2026

Gustavo Petro: «Adolf Hitler è tornato vivo in Europa attraverso l’odio razziale verso gli stranieri, un fenomeno che permette ai partiti di estrema destra di vincere le elezioni in diversi paesi del continente.»

— ANSA, 17 aprile 2026

Sul posizionamento della Spagna, Petro ha espresso un giudizio che vale come riconoscimento diretto del coraggio politico di Sánchez:

Gustavo Petro: «La posizione della Spagna sulla guerra in Iran e sull’immigrazione è all’avanguardia in Europa.»

— ANSA, 17 aprile 2026

Per comprendere pienamente Petro a Barcellona occorre il suo contesto. Dal settembre 2025, il dipartimento di Stato americano aveva revocato il suo visto accusandolo di «azioni imprudenti» per un discorso a una manifestazione pro-Palestina a New York, durante la quale aveva invitato i soldati americani a disobbedire agli ordini di Trump. Il Tesoro americano aveva poi inserito Petro in una lista di sospetti per narcotraffico — accusa che Trump aveva amplificato senza fornire prove. La tensione colombo-americana era al suo massimo storico.

Petro era arrivato a Barcellona portando con sé la storia di un paese che ha già pagato con il sangue il costo di essere «partner cruciale» degli Stati Uniti nella guerra alla droga. Dietro ogni sua parola contro Trump c’è la Colombia delle fosse comuni, dei paramilitari addestrati da Washington, dei trattati commerciali che hanno svuotato le campagne.

Sul piano della sicurezza internazionale, Petro aveva già in precedenza proposto la creazione di un esercito della salvezza denominato «United for Peace», composto dalle forze militari dei paesi decisi a reagire a quello che definisce il genocidio in Palestina. Aveva già reso la Colombia — l’unico partner globale latinoamericano della NATO — un paese formalmente al di fuori dell’alleanza atlantica, con l’uscita dal Patto Atlantico annunciata nell’estate 2025. Aveva rotto le relazioni diplomatiche con Israele dal 2024 e bloccato le esportazioni di carbone verso Tel Aviv.

A Barcellona, questa posizione radicale crea un’asimmetria visibile all’interno del fronte progressista: Sánchez cerca di tenere insieme la rottura con l’unilateralismo americano e il mantenimento delle relazioni atlantiche; Petro ha già bruciato i ponti. La coesistenza di queste due posizioni nello stesso vertice è, in sé, un indicatore delle tensioni interne al progetto.

10. Yamandú Orsi (Uruguay): la credibilità del buon governo

Yamandú Orsi non è un leader che fa notizia per le sue dichiarazioni. È un leader che fa notizia per ciò che governa. Eletto presidente dell’Uruguay nell’ottobre 2024, Orsi rappresenta la continuità del Frente Amplio — la coalizione progressista che ha trasformato l’Uruguay nel paese più avanzato sul piano dei diritti civili e del welfare in America Latina.

La sua presenza a Barcellona ha un valore quasi silenzioso ma profondo: è la dimostrazione che il progressismo non è solo una posizione teorica ma un modello di governo verificabile. L’Uruguay ha legalizzato la cannabis, garantito il matrimonio egualitario, costruito un sistema pensionistico pubblico robusto, mantenuto un debito pubblico sostenibile e conservato un sistema di libertà civili tra i più solidi del continente.

Al summit, Orsi ha incarnato la posizione dell’Uruguay come «piccolo paese con grande credibilità»: non ha il peso geopolitico del Brasile né la radicalità della Colombia, ma porta una prova concreta che le politiche progressiste producono risultati misurabili, e che piccole democrazie possono essere esempi per grandi nazioni.

La sua voce ha contribuito all’appello per Cuba e alla condivisione del messaggio del multilateralismo, ma soprattutto ha ricordato al vertice che il banco di prova finale di qualsiasi agenda progressista non sono i discorsi, sono le politiche pubbliche.

11. Iratxe García Pérez e le istituzioni europee

Iratxe García Pérez, capogruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo, ha portato a Barcellona la voce dell’istituzione parlamentare più importante del continente. Il suo intervento ha articolato una visione della GPM come risposta organizzata a una crisi sistemica della democrazia:

Iratxe García Pérez: «A Barcellona siamo uniti ai progressisti di tutto il mondo per dare forma a un futuro più giusto, più democratico e più pacifico. In tempi di incertezza, il nostro messaggio è chiaro: solo insieme — attraverso la solidarietà, la cooperazione e la giustizia — possiamo affrontare le sfide globali.»

— L’Espresso, 17 aprile 2026

Iratxe García Pérez: «Non resteremo in silenzio di fronte alla sofferenza. Uniti, difendiamo la democrazia, siamo a favore della pace e lavoriamo ogni giorno per rendere le soluzioni progressiste visibili, credibili ed efficaci.»

— L’Espresso, 17 aprile 2026

Sul versante della Commissione Europea, la vice-presidente esecutiva Teresa Ribera ha offerto una delle analisi più taglienti del summit, quella del confronto energetico tra Spagna e Italia. Nel panel «Freedom Deal», alla presenza di Schlein, Ribera ha mostrato come le politiche energetiche abbiano implicazioni dirette sul costo della vita dei cittadini:

Teresa Ribera: «Negli ultimi cinque anni la Spagna ha trasformato il proprio sistema energetico, arrivando nel 2025 a coprire con le rinnovabili il 56 per cento dei consumi. Dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, il prezzo dell’energia in Spagna è stato in media quattro volte più basso che in Italia.»

— L’Editoriale Domani, 18 aprile 2026

Giacomo Filibeck, segretario generale del PSE, ha articolato la sfida strutturale che il vertice cerca di raccogliere:

Giacomo Filibeck: «Nei nostri paesi sono in gioco forze radicali che sostengono i movimenti di estrema destra. Dobbiamo dimostrare che c’è un’alternativa.»

— Internazionale, 17 aprile 2026

12. Elly Schlein (Italia): la candidata premier in pectore

Elly Schlein è l’unica leader italiana invitata al vertice. La sua presenza non è solo una questione di relazioni internazionali: è una mossa politica di lungo respiro, che punta a consolidare la sua posizione sia come leader del PD sia come potenziale candidata al governo italiano alle elezioni del 2027.

Il suo primo intervento a Barcellona, la sera del 17 aprile, dopo un pomeriggio di bilaterali con i colleghi di Turchia, Francia, Giappone e con García Pérez, è un discorso di posizionamento che combina l’analisi politica con una retorica quasi da «pasionaria»:

Elly Schlein: «Insieme rappresentiamo l’alternativa al mondo che queste estreme destre stanno infuocando e il tempo delle estreme destre nazionaliste è finito.»

— ANSA, 17 aprile 2026

Elly Schlein: «L’era delle destre ha cominciato a finire dall’Italia, proprio da quella grande mobilitazione della società civile, delle nuove generazioni, che ha portato 15 milioni di persone a difendere la Costituzione.»

— ANSA, 17 aprile 2026

Elly Schlein: «La stessa agenda per il futuro dell’Europa e del mondo e anche dentro i nostri paesi: pace, multilateralismo, rispetto dei diritti.»

— ANSA, 17 aprile 2026

Nel panel mattutino del 18 aprile, «Freedom Deal: securing Europe Independence in climate, energy, digital and defence policy», con Teresa Ribera e Mohammed Chahim, Schlein ha sviluppato la sua analisi energetica e climatica con una battuta affilata rivolta all’esponente della Commissione europea:

Elly Schlein: «Le parole di Teresa sono sale sulle nostre ferite.»

— L’Editoriale Domani, 18 aprile 2026

Sull’Italia e sul confronto energetico:

Elly Schlein: «Il governo italiano ha scelto di dichiarare guerra alle rinnovabili e limitarsi a promuovere decreti su carburanti e bollette che vengono immediatamente superati dalle decisioni dei suoi alleati.»

— L’Editoriale Domani, 18 aprile 2026

Sulla doppia trasformazione verde-digitale, ha avanzato la proposta di un sistema europeo di governance dell’intelligenza artificiale:

Elly Schlein: «Serve regolamentare l’uso dell’IA e proteggere la cittadinanza dai discorsi d’odio online.»

— L’Editoriale Domani, 18 aprile 2026

Sulle possibili missioni militari italiane nello Stretto di Hormuz — tema caldo nello stesso giorno, a Parigi, dove Meloni partecipava alla conferenza dei «volenterosi» — Schlein ha pronunciato uno dei passaggi più citati del suo intervento:

Elly Schlein: «Serve un accordo di pace e serve un chiaro mandato multilaterale che in questo momento non c’è. Quindi il governo chiarisca che cosa ha in testa prima di fare gli annunci.»

— L’Editoriale Domani, 18 aprile 2026

Sulla possibilità di riprendere le importazioni di gas dalla Russia, ha preso una posizione netta che contrasta con alcune posizioni euroscettiche di sinistra:

Elly Schlein: «Non ci sono le condizioni per riprendere le importazioni di gas dalla Russia, poiché ne tratterebbe profitto Putin per alimentare la sua invasione criminale.»

— L’Espresso, 18 aprile 2026

Sulla necessità di un’Europa più integrata, ha articolato una visione federalista che va oltre la retorica:

Elly Schlein: «A noi interessa in questi giorni mettere a fuoco esattamente le priorità, perché noi, a differenza di chi governa oggi in Italia, sappiamo che da una situazione anche geopolitica drammatica come questa nessuno si salva da solo, ma ci si salva insieme.»

— Quotidiano.net, 18 aprile 2026

Elly Schlein: «Superare i veti, fare le cooperazioni rafforzate con chi ci sta, rimettere in campo gli investimenti comuni indispensabili per ridurre le diseguaglianze, per rilanciare la manifattura europea e anche per porre le basi di una difesa comune.»

— Quotidiano.net, 18 aprile 2026

Nella plenaria di chiusura, il 18 aprile, Schlein ha pronunciato quello che è diventato lo slogan politico più ripreso dell’intero vertice:

Elly Schlein: «Non possiamo lasciare l’internazionalismo ai nazionalisti. E non possiamo batterli senza costruire un’agenda fatta di pace, democrazia, giustizia sociale e ambientale. È il nostro momento.»

— L’Editoriale Domani, 18 aprile 2026

Anche la capogruppo PD alla Camera, Chiara Braga, ha portato il proprio contributo al vertice:

Chiara Braga: «A Barcellona alla Global Progressive Mobilization insieme ai leader dei partiti progressisti di tutto il mondo per affermare che l’alternativa alla destra è possibile, c’è già, mettendo al centro le battaglie che uniscono i partiti progressisti in tutto il mondo: quella per la pace, per la difesa dei diritti civili e sociali, per la protezione sociale ed economica delle persone.»

— Askanews, 17 aprile 2026

13. La crisi dell’egemonia occidentale: diagnosi strutturale

Per capire perché Barcellona è necessaria, occorre comprendere la crisi profonda che attraversa l’ordine occidentale. Non si tratta di una crisi congiunturale, legata alle bizze di un singolo presidente americano. Si tratta di una crisi strutturale dell’egemonia, nel senso gramsciano del termine: la perdita di capacità di presentare gli interessi di una classe o di un blocco di potere come interessi universali.

L’ordine liberale internazionale post-1945 ha funzionato come egemonia perché è riuscito, per decenni, a convincere la maggior parte dei paesi del mondo che le regole create dagli Stati Uniti e dai loro alleati fossero nell’interesse di tutti. Il libero commercio, la stabilità dei mercati finanziari, la protezione delle democrazie contro l’espansionismo sovietico: questi erano argomenti persuasivi, non solo per i paesi ricchi ma anche per molte nazioni in via di sviluppo.

Quella capacità persuasiva si è erosa progressivamente. La guerra in Iraq nel 2003, condotta sulla base di prove false, ha mostrato che le regole internazionali valevano quando conveniva agli USA e venivano ignorate quando non conveniva. La crisi finanziaria del 2008, prodotta dalla deregolamentazione del sistema finanziario americano, ha scaricato i costi sulla classe media globale mentre salvava le banche. La crisi climatica, aggravata dal ritiro americano dagli accordi di Parigi nel primo mandato Trump, ha mostrato che l’egemonia americana era incompatibile con la sopravvivenza del pianeta.

La risposta populista di destra a questa crisi è stata intelligente, sul piano politico: ha identificato le élite cosmopolite, i migranti, la «sinistra gender», come responsabili del declino delle classi medie, e ha proposto il nazionalismo economico come soluzione. Trump, Orbán, Bolsonaro, Milei sono varianti dello stesso schema.

La risposta progressista è stata più lenta, più contraddittoria. Ha difeso le istituzioni esistenti quando erano già fortemente screditate, ha privilegiato battaglie identitarie quando i ceti popolari chiedevano sicurezza economica, ha proposto globalizzazione «con un volto umano» quando la globalizzazione aveva già mostrato il suo vero volto. Barcellona è, in parte, il riconoscimento di questi errori e il tentativo di costruire un’agenda diversa.

14. La frattura atlantica e la sfida a Sánchez

Il vertice di Barcellona si svolge mentre l’alleanza atlantica attraversa la sua crisi più profonda dalla fine della guerra fredda. Trump ha minacciato più volte di abbandonare la NATO se gli alleati non portano la spesa militare al 5% del PIL — una cifra che trasformerebbe radicalmente i bilanci pubblici di tutti i paesi europei e smanttellerebbe i sistemi di welfare che i progressisti hanno costruito in decenni.

Sánchez ha rifiutato esplicitamente questa richiesta. La Spagna ha chiuso i cieli e le acque spagnole ai voli militari americani che supportano operazioni non autorizzate dall’ONU. Ha condannato il conflitto Iran come guerra illegale. Ha sostenuto la sospensione dell’accordo commerciale con Israele. In ogni dossier in cui si è biforcata la strada tra lealtà atlantica e autonomia europea, Sánchez ha scelto l’autonomia.

Questo gli ha dato un capitale politico enorme nel campo progressista europeo, ma lo espone a una tensione strutturale: l’Europa non ha ancora una difesa comune, non ha ancora una politica estera comune, non ha ancora la capacità di stare in piedi da sola senza l’ombrello americano. La Spagna di Sánchez può fare scelte coraggiose perché può contare sull’ombrello NATO che formalmente rifiuta. È la contraddizione fondamentale del suo posizionamento.

L’analisi del Foglio, che definisce Sánchez «un europeista incompiuto», coglie un punto reale: «dopo discorsi e documenti, Sánchez non si è mai battuto davvero nei vertici europei, né ha cercato di coalizzarsi con altri leader europeisti come Emmanuel Macron». L’equilibrismo ha i suoi limiti: non si può costruire un fronte progressista europeo senza essere disposti a sacrificare qualcosa nell’arena istituzionale europea, dove i compromessi si fanno in modo molto meno visibile e molto meno gratificante.

15. Il ruolo del Sud globale: non ospiti ma protagonisti

La dimensione più innovativa del vertice di Barcellona rispetto alle precedenti esperienze internazionaliste è la genuina centralità del Sud globale. Non più paesi invitati come beneficiari o come «nuovi mercati da conquistare», ma come portatori di un’agenda propria e di un’analisi autonoma.

La presenza di Sheinbaum, Petro, Orsi e Ramaphosa non è decorativa. È strutturale. Senza di loro, il progressismo di Barcellona sarebbe una conversazione interna all’Occidente, utile forse come riorganizzazione delle sinistre europee e nordamericane ma irrilevante come progetto globale.

Il Sud globale porta a Barcellona domande che il Nord tende a rinviare: riforma del sistema finanziario internazionale, rinegoziazione del debito sovrano, accesso equo alle tecnologie della transizione ecologica, riforma del Consiglio di Sicurezza ONU. Queste domande non sono marginali: sono il test di credibilità dell’intero progetto. Un progressismo che parla di democrazia senza affrontare le asimmetrie strutturali tra Nord e Sud è un progressismo che difende l’esistente con un linguaggio nuovo.

L’accordo Spagna-Brasile, firmato a latere del summit, è un primo passo concreto: non solo una dichiarazione politica ma un sistema di accordi su cooperazione tecnologica, scientifica, e sull’economia sociale solidale. Il Mercosur-UE, se applicato, potrebbe trasformare significativamente i termini dello scambio tra i due continenti.

Rimane però aperta la questione fondamentale: la GPM non ha strumenti coercitivi, non ha leve economiche autonome, non ha un sistema finanziario di riferimento. È una rete politica senza ancora una base materiale consolidata. Per incidere sulle asimmetrie strutturali del sistema globale serve molto di più di una piattaforma di coordinamento.

16. L’Internazionale sovranista contro la GPM: una guerra asimmetrica

Le destre globali hanno già costruito un ecosistema operativo che la GPM non può eguagliare nel breve termine. Dalle fondazioni americane (Heritage Foundation, Federalist Society, ma anche reti più opache) arrivano risorse che finanziano partiti, media, think tank, università private, e piattaforme digitali in tutta Europa, America Latina e oltre.

Questa rete opera in modo coordinato senza avere bisogno di una struttura formale. Condivide analisi, personale politico, tecnologie della comunicazione, e soprattutto un’agenda comune che ruota attorno a pochi temi con forte capacità di mobilitazione emotiva: immigrazione, identità, sicurezza, «normalità» contro «ideologia».

La GPM, invece, parte da una debolezza strutturale: la sua base di leader sono per lo più al governo o in posizione di opposizione responsabile, il che significa che devono rispondere a elettorati diversi, a vincoli istituzionali diversi, e a sistemi di media nazionali che spesso amplificano la narrativa di destra più di quella progressista. Non possono operare con la stessa libertà degli attori non governativi che alimentano l’ecosistema sovranista.

Il tentativo di risposta è evidente a Barcellona: costruire una rete che sia allo stesso tempo politica (leader di governo), civile (ONG, sindacati, movimenti), intellettuale (accademici, giornalisti, opinion leader) e locale (quaranta sindaci presenti al summit). La diversificazione è la risposta alla mancanza di una singola fonte di finanziamento e di comando.

Ma la sfida resta enorme. Le destre sovraniste si nutrono di paura, di identità minacciate, di nemici concreti e visibili. Il progressismo deve costruire speranza senza cadere nell’ingenuità, deve proporre riforme senza perdere consensi, deve essere internazionalista senza sembrare cosmopolita distaccato dalla vita reale delle persone.

17. Tre nodi geopolitici irrisolti

Il vertice ha identificato, esplicitamente o implicitamente, tre nodi geopolitici fondamentali che il progressismo globale deve affrontare per essere credibile come alternativa di governo e non solo come posizione morale.

Il primo nodo è l’energia. La crisi iraniana ha dimostrato che il controllo delle rotte e delle risorse energetiche resta il cuore della geopolitica contemporanea. Lo Stretto di Hormuz non è solo un corridoio commerciale: è il collo di bottiglia attraverso cui passa il 20% del petrolio mondiale. Chi lo controlla condiziona l’economia globale. Il modello spagnolo di transizione energetica — 56% di rinnovabili nel 2025 — è una risposta parziale a questa dipendenza. Ma senza una strategia globale sulle materie prime critiche per le rinnovabili (litio, cobalto, terre rare, manganese) e sulle infrastrutture di trasmissione e stoccaggio, l’indipendenza energetica resta un’aspirazione parziale. E quelle materie prime si trovano prevalentemente in paesi del Sud globale, il che crea una nuova dipendenza in sostituzione di quella petrolifera.

Il secondo nodo è il sistema finanziario internazionale. Il Sud globale porta a Barcellona una domanda che il Nord non vuole sentire: le regole del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, e del sistema del WTO sono state costruite per perpetuare le asimmetrie esistenti, non per correggerle. Il debito sovrano dei paesi poveri è spesso il risultato di condizioni imposte da istituzioni gestite dai paesi ricchi. La riforma di questi sistemi richiede una volontà politica che i leader progressisti, quando sono al governo dei paesi ricchi, spesso non hanno perché le riforme danneggerebbero i loro stessi sistemi finanziari.

Il terzo nodo è la sicurezza. Ed è qui che emerge l’ambiguità più profonda del progetto barcellonese. Mentre a Parigi Macron costruisce coalizioni operative — con la partecipazione di Meloni — per presidiare lo Stretto di Hormuz, Barcellona parla di pace e multilateralismo. Ma la geopolitica non è neutra: qualcuno controlla i mari, qualcuno li subisce. Rinunciare alla dimensione della sicurezza significa lasciare quel terreno ad altri. Sánchez prova a tenere insieme le due cose: non rompere con l’alleanza atlantica, ma ridurne la dipendenza. È una strategia sottile, ma è anche una strategia che può reggere solo finché le crisi non richiedono scelte nette.

18. L’agenda economica della GPM: giustizia sociale come lotta di classe globale

Il vertice di Barcellona non è stato solo un evento politico o diplomatico: ha articolato un programma economico che, almeno nelle sue formulazioni più coerenti, si propone di aggredire le cause strutturali delle disuguaglianze globali.

Il nodo centrale è la transizione ecologica. Il Green Deal europeo, così come le politiche climatiche dei paesi progressisti latinoamericani, si scontra con una domanda fondamentale: chi paga il prezzo della decarbonizzazione? Se il costo della transizione viene scaricato sui lavoratori dei settori in via di dismissione, sulle famiglie con redditi bassi attraverso le bollette energetiche, e sui paesi del Sud che non hanno le risorse per finanziare la riconversione, la transizione ecologica diventa un meccanismo di ulteriore concentrazione della ricchezza piuttosto che di redistribuzione.

Sánchez e Lula hanno dichiarato esplicitamente che senza giustizia sociale la transizione verde è una parola vuota. Ma questa affermazione di principio deve tradursi in strumenti concreti: salario minimo europeo, investimenti pubblici nella riconversione industriale, sussidi per la riqualificazione dei lavoratori, regole commerciali che impediscano il «carbon dumping» da parte di paesi con standard ambientali più bassi.

Sul piano commerciale, l’accordo Mercosur-UE siglato con il supporto di Sánchez e Lula rappresenta un tentativo di costruire un polo commerciale alternativo al protezionismo trumpiano. Se attuato nella versione negoziata, garantisce accesso reciproco ai mercati, con vantaggi particolari per le esportazioni latinoamericane di prodotti agricoli e per le esportazioni europee di manufatti industriali e tecnologie. Ma il rischio denunciato dai movimenti sociali europei è che l’accordo possa anche accelerare la deforestazione in Brasile, dove i produttori agricoli potrebbero essere incentivati a espandere le coltivazioni per accedere al mercato europeo.

Sul piano delle politiche del lavoro, il modello spagnolo ha prodotto risultati significativi: l’aumento del salario minimo del 47% in cinque anni, la riforma del mercato del lavoro che ha ridotto i contratti precari, gli investimenti in energia rinnovabile che hanno creato occupazione qualificata. Questi risultati sono stati citati ripetutamente a Barcellona come prova che l’agenda progressista «funziona» in termini economici, non solo morali.

19. La crisi di Hormuz e le sue implicazioni economiche globali

Il conflitto nello Stretto di Hormuz, scoppiato con i raid americano-israeliani contro l’Iran, ha avuto effetti immediati e drammatici sull’economia globale. Lo stretto, che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano, è il principale corridoio di transito del petrolio mondiale. La sua chiusura — anche solo parziale o intermittente — ha innescato una spirale di aumenti dei prezzi energetici che ha colpito duramente le economie importatrici di petrolio.

L’Italia, come ha sottolineato Schlein a Barcellona, ha pagato un prezzo energetico quattro volte superiore alla Spagna. La differenza non è casuale: è il risultato di scelte politiche diverse nel decennio precedente. La Spagna ha investito massicciamente nelle rinnovabili; l’Italia è rimasta dipendente dal gas importato. La crisi di Hormuz ha trasformato quella differenza di policy in una differenza di costi immediata per famiglie e imprese.

Sul piano latinoamericano, la crisi ha avuto effetti asimmetrici. Il Brasile, grande produttore di petrolio attraverso Petrobras, ha potuto in parte beneficiare dell’aumento dei prezzi, ma l’inflazione importata ha eroso quei benefici. Il Messico, con Pemex in difficoltà strutturale, ha visto peggiorare la propria posizione fiscale. La Colombia, nel mezzo di una transizione energetica verso le rinnovabili imposta dalla stessa agenda Petro, si è trovata in una posizione ambigua: il blocco delle esportazioni di carbone verso Israele aveva già ridotto le entrate, e l’aumento dei prezzi energetici ha creato pressioni interne.

In questo contesto, la proposta dei progressisti di Barcellona di accelerare la transizione verso le energie rinnovabili come risposta strutturale alla dipendenza petrolifera ha guadagnato forza argomentativa. Non è più solo una questione climatica: è una questione di sicurezza energetica e di indipendenza geopolitica.

20. Il nodo del debito e la riforma delle istituzioni finanziarie

Uno dei temi meno visibili ma più importanti del vertice è stato quello del debito dei paesi del Sud globale. Il sistema finanziario internazionale, costruito a Bretton Woods nel 1944, ha funzionato per decenni come meccanismo di estrazione di risorse dai paesi poveri verso i paesi ricchi attraverso il servizio del debito. I paesi che si indebitano con il FMI o con i mercati finanziari internazionali devono accettare condizioni che spesso smantellano i servizi pubblici e bloccano gli investimenti nelle infrastrutture.

La richiesta di riforma di questo sistema — più voce per i paesi del Sud nelle istituzioni di Bretton Woods, cancellazione o rinegoziazione del debito dei paesi più vulnerabili, tassazione delle transazioni finanziarie internazionali per finanziare lo sviluppo — era presente a Barcellona nel sottotesto dei discorsi latinoamericani, anche se raramente esplicitata nelle dichiarazioni formali.

Petro è il leader che si avvicina di più a una posizione esplicita su questo terreno. La sua proposta di uscita dalla NATO, di costruzione di un «esercito della salvezza» alternativo, di rottura con Israele e con le politiche americane, è accompagnata da una visione economica che rifiuta il modello estrattivo e punta sulla sovranità alimentare, la riforma agraria, e l’uso delle risorse naturali colombiane nell’interesse del paese e non delle multinazionali.

Lula, più pragmatico, gioca su entrambi i tavoli: mantiene relazioni con i mercati finanziari internazionali (il tasso Selic al 14,75% è la prova di una banca centrale ancora ostaggi delle aspettative degli investitori stranieri), ma usa la sua influenza geopolitica per spingere verso una riforma del sistema, come ha fatto al G20 di Rio nel 2024 con la proposta di tassazione delle ultraricchezze a livello globale.

21. La dimensione digitale: governance dell’IA e contrasto alla disinformazione

Uno dei temi emergenti del vertice è stato la governance della rivoluzione digitale, con particolare attenzione all’intelligenza artificiale e alla disinformazione online. Il panel «Freedom Deal» ha discusso come l’autonomia strategica europea in campo digitale sia inseparabile dall’indipendenza energetica e dalla difesa delle democrazie.

Sánchez aveva già annunciato, all’inizio del 2026, un pacchetto di misure per difendere gli utenti dal «Far West digitale» delle piattaforme social non regolamentate. La concentrazione di potere informativo nelle mani di pochi attori privati — prevalentemente americani — è considerata dai progressisti barcellonesi una minaccia alla democrazia non meno seria della disinformazione stessa.

La proposta di Schlein di regolamentare l’IA e di costruire un ecosistema digitale europeo autonomo si inserisce in questa visione. La tecnologia non è neutrale: riflette i valori e gli interessi di chi la produce e di chi la controlla. Un’Europa progressista che non abbia sovranità tecnologica non è pienamente sovrana.

Il tema della disinformazione è particolarmente urgente perché le destre sovraniste hanno sviluppato una competenza straordinaria nell’uso delle piattaforme digitali per amplificare la loro narrativa. Le campagne di disinformazione finanziate da attori russi, ma anche da fondazioni conservatrici americane, hanno dimostrato che l’infosfera è un campo di battaglia geopolitico.

22. I valori fondanti: un’agenda in costruzione

Il vertice di Barcellona ha articolato un sistema di valori condivisi che costituisce l’ossatura ideologica della GPM. Non si tratta di una novità assoluta — sono valori della tradizione socialdemocratica e progressista consolidata — ma la novità è la loro ricomposizione in un’agenda coerente e globale.

Il primo valore è la pace come principio politico non negoziabile. Non la pace come assenza di guerra, ma la pace come rifiuto della guerra come strumento di politica estera. Sánchez, Lula, Sheinbaum, Orsi condividono questo principio, anche se declinato diversamente: Sánchez in chiave atlantica-critica, Lula in chiave multilateralista, Sheinbaum in chiave non-interventista, Petro in chiave anti-imperialista.

Il secondo valore è il multilateralismo come sistema di governance preferibile alla legge del più forte. L’ONU, il WTO, il FMI — nonostante tutti i loro difetti — sono preferibili al sistema in cui Washington detta le regole e le cambia quando non le convengono. Ma il multilateralismo proposto da Barcellona non è difensivo: chiede una riforma radicale delle istituzioni esistenti per renderle più rappresentative del mondo multipolare.

Il terzo valore è la giustizia sociale come condizione della democrazia. Le disuguaglianze economiche non sono solo ingiuste: sono la benzina del populismo di destra. Quando i ceti medi si impoveriscono, quando i giovani non hanno prospettive, quando le comunità rurali vengono abbandonate dalla globalizzazione, il fascismo trova terreno fertile. Ridurre le disuguaglianze è dunque, nel progetto barcellonese, anche una strategia di difesa della democrazia.

Il quarto valore è la giustizia climatica come dimensione della giustizia sociale. La crisi climatica non è uguale per tutti: colpisce prima e più duramente i paesi poveri e le comunità vulnerabili. Una politica climatica che non incorpori questa asimmetria è ingiusta e inefficace.

Il quinto valore è la sovranità dei popoli come antidoto all’unilateralismo. Nessun paese — nemmeno gli Stati Uniti — ha il diritto di imporre la propria volontà agli altri attraverso la forza militare, le sanzioni economiche, o l’interferenza politica. Questo principio unisce posizioni molto diverse: il non-interventismo messicano, l’anti-imperialismo colombiano, il multilateralismo brasiliano, il sovranismo democratico spagnolo.

23. Le fratture interne: un fronte tutt’altro che monolitico

Sarebbe sbagliato dipingere Barcellona come un blocco monolitico. Al contrario, le tensioni interne al fronte progressista sono visibili e significative.

La prima tensione è quella tra i leaders che governano paesi atlantici (Sánchez, Schlein, Costa) e quelli che hanno già rotto esplicitamente con l’alleanza occidentale (Petro). Mentre Sánchez cerca di mantenere un piede nell’alleanza atlantica e un piede fuori, Petro ha già bruciato i ponti con Washington. Questa asimmetria di posizionamento crea una tensione strutturale: possono davvero costruire una piattaforma comune chi vuole riformare l’alleanza atlantica e chi vuole uscirne?

La seconda tensione è quella tra agenda sociale europea e agenda del Sud globale. I leader europei parlano di salario minimo, transizione verde, governance digitale. I leader latinoamericani e africani parlano di riforma del debito, riformismo delle istituzioni di Bretton Woods, sovranità alimentare. Sono agende complementari, ma non identiche. Il rischio è che il vertice si traduca in un’intersezione di dichiarazioni di principio senza una reale convergenza su priorità e strumenti.

La terza tensione è quella generazionale e di genere. Barcellona ha ospitato prevalentemente leader di mezza età, con poca rappresentanza delle generazioni più giovani e dei movimenti più radicali di base. Zohran Mamdani, presente in video, è uno dei pochi rappresentanti di una sinistra urbana giovane. La disconnessione tra la sinistra istituzionale e i movimenti sociali è una debolezza reale del progetto.

La quarta tensione è quella tra la realpolitik necessaria per governare e la radicalità necessaria per mobilitare. Lula deve fare i conti con una banca centrale autonoma e con mercati finanziari che possono distruggere la sua economia in pochi giorni. Sheinbaum deve gestire i rapporti con Trump da una posizione di enorme dipendenza economica. Sánchez deve restare dentro la NATO mentre la critica. Queste costrizioni rendono inevitabilmente moderate le politiche effettive, anche quando la retorica è radicale.

24. Il confronto con il «tavolo parallelo» di Parigi

Il 17 aprile 2026, mentre Barcellona riuniva i progressisti mondiali, a Parigi Emmanuel Macron convocava la conferenza dei «volenterosi» sulla crisi di Hormuz — con la partecipazione di Giorgia Meloni e di altri leader europei e atlantici. Era una polarizzazione deliberata, o almeno percepita come tale: da un lato il campo dell’interventismo atlantico, dall’altro il campo della pace e del multilateralismo.

Questa contrapposizione ha un valore simbolico enorme ma è anche semplificatoria. Macron è un centrista che sta cercando di ritagliarsi uno spazio tra il trumpismo e il progressismo; non è un sovranista, ma non è neanche un progressista nel senso di Sánchez. Il fatto che si trovi a presiedere una conferenza sulla sicurezza militare con Meloni dice meno della sua ideologia e più della mancanza di un’alternativa europea coerente alla pressione americana.

Schlein, che ha partecipato a Barcellona mentre Meloni era a Parigi, ha colto l’occasione per marcare la differenza con un’efficacia comunicativa notevole. La contrapposizione geografica — Barcellona vs. Parigi, pace vs. guerra, multilateralismo vs. unilateralismo — è stata la migliore sintesi comunicativa dell’intero vertice.

25. La GPM come contro-Internazionale: potenziale e limiti

L’ambizione di Barcellona è chiara: costruire qualcosa che assomigli a un’Internazionale progressista operativa, capace di mettere in comunicazione governi, partiti, sindacati, movimenti e intellettuali progressisti su scala globale. Non una struttura burocratica come l’Internazionale Socialista del passato, ma una rete agile, plurale, capace di adattarsi alle diverse realtà nazionali.

I punti di forza di questo progetto sono evidenti. Ha una base di leadership reale: governa centinaia di milioni di persone attraverso i leader presenti a Barcellona. Ha una legittimità democratica: i suoi protagonisti sono stati eletti. Ha un’agenda coerente nei suoi principi fondamentali: pace, multilateralismo, giustizia sociale, transizione ecologica. Ha il momento: le destre sovraniste mostrano i primi segnali di inversione, dopo anni di ascesa quasi ininterrotta.

I punti di debolezza sono altrettanto evidenti. Non ha strumenti economici autonomi: nessun fondo comune, nessuna banca di sviluppo progressista, nessun meccanismo di finanziamento condiviso. Non ha strutture di sicurezza: non c’è una difesa progressista globale come alternativa alla NATO. Non ha media propri: dipende dalle piattaforme e dai sistemi di informazione controllati da attori privati spesso allineati con posizioni conservatrici o liberali-moderate. Non ha consenso sufficiente sulle questioni più divisive: Cuba, Venezuela, il rapporto con la Cina, la politica energetica.

La domanda che rimane aperta al termine di Barcellona è quella che Raimondo Schiavone formula con precisione nel suo editoriale per L’ora di demolire: il vertice è un coordinamento difensivo o l’inizio di una vera architettura di potere? La risposta dipenderà dalla capacità dei leader riuniti a Barcellona di trasformare le dichiarazioni di principio in politiche concrete, le reti informali in strutture operative, e il consenso sul «no» (no alla guerra, no alle destre, no al protezionismo) in un «sì» condiviso su una proposta alternativa di governo del mondo.

26. Prospettive: cosa può diventare Barcellona

Il vertice di Barcellona ha posto le basi per due scenari possibili, tra loro molto diversi per ambizione e per difficoltà di realizzazione.

Il primo scenario è quello del coordinamento politico rafforzato. La GPM diventa un forum permanente di scambio e allineamento tra leader progressisti, capace di produrre posizioni comuni su temi chiave (pace, clima, disuguaglianze) e di mobilitare l’opinione pubblica globale. Non cambia la struttura del potere internazionale, ma offre una voce alternativa credibile e consente ai singoli governi progressisti di sentirsi meno soli nelle proprie scelte.

Il secondo scenario è quello della nuova architettura progressista. La GPM si dota di strumenti concreti: un fondo comune per la transizione ecologica nei paesi del Sud, una proposta condivisa di riforma del FMI e della Banca Mondiale, un sistema di regole commerciali che incorpori standard ambientali e sociali, una strategia comune per la governance dell’IA e delle piattaforme digitali. In questo scenario, Barcellona non è solo un evento politico ma il punto di partenza di una nuova governance globale.

Il secondo scenario è enormemente più ambizioso e difficile. Richiede una convergenza di interessi che va molto al di là dell’ideologia condivisa. Richiede che i governi progressisti siano disposti a cedere sovranità su alcune questioni chiave per costruire strutture condivise. Richiede che il Nord sia disposto a pagare un costo reale per ridurre le asimmetrie con il Sud. Richiede che la sinistra smetta di difendere l’esistente e proponga trasformazioni vere.

Barcellona, alla fine, è tutto questo: ambizione e fragilità, visione e limite. È il primo tentativo serio, dopo anni, di costruire una piattaforma globale alternativa. Il rischio è evidente: restare un esercizio di coordinamento tra élite politiche che condividono analisi ma non strumenti. L’opportunità è altrettanto chiara: trasformare questa rete in una vera architettura di potere capace di incidere su energia, finanza e sicurezza.

Nel mezzo c’è la realtà. E la realtà, oggi, è che il mondo non aspetta chi discute. Premia chi decide.

La tentazione e la sfida

Barcellona è stata, nel senso più pieno del termine, una tentazione politica. La tentazione di costruire qualcosa di più grande delle sue singole parti: di trasformare un insieme di leader progressisti che governano paesi diversi, con interessi diversi e con elettorati diversi, in qualcosa che assomigli a un soggetto politico globale.

Quella tentazione è comprensibile, persino necessaria. Il mondo ha bisogno di una risposta organizzata al caos prodotto dal collasso dell’ordine liberale internazionale. Il nazionalismo di destra non è una risposta: è l’amplificazione del problema. Il progressismo, con tutti i suoi limiti, è l’unica tradizione politica che ha storicamente provato a costruire istituzioni capaci di gestire i conflitti senza ricorrere alla forza bruta.

Ma la tentazione ha i suoi pericoli. Il principale è quello della sostituzione del reale con il simbolico. Barcellona può diventare una fotografia di famiglia di élite politiche che si sentono parte della stessa famiglia, senza che questo cambi nulla nella vita concreta delle persone che hanno mandato quegli stessi leader al governo. Se i presidenti tornano nei propri paesi con qualche accordo bilaterale e molta narrativa, ma senza strumenti nuovi per affrontare il debito del Sud, la crisi energetica, le disuguaglianze crescenti, la disinformazione digitale — allora Barcellona diventa uno specchio dove il progressismo si ammira invece di trasformarsi.

Il secondo pericolo è quello dell’uniformità. Il campo progressista è più forte quando sa contenere le sue tensioni interne piuttosto che negarle. Petro e Sánchez non condividono la stessa posizione sul rapporto con l’alleanza atlantica. Lula e Sheinbaum non sono d’accordo su tutto. Schlein porta un’Europa che ha ancora bisogno di costruire la propria sovranità. Queste differenze non sono debolezze: sono la ricchezza di un campo che vuole governare il mondo reale, non un mondo ideale.

Il terzo pericolo è quello del tempo. La politica progressista lavora sulle istituzioni, sulle norme, sui compromessi — processi lenti. La politica di destra lavora sulle emozioni, sulla paura, sulla semplicità — processi veloci. Nel mondo dell’informazione istantanea, la velocità è un vantaggio strutturale dell’avversario. Barcellona ha prodotto discorsi potenti. Ma i discorsi da soli non fermano i tank né danno lavoro ai giovani colombiani né riducono le bollette delle famiglie italiane.

Detto tutto questo, Barcellona resta un evento significativo. Ha dimostrato che il progressismo globale non è morto. Ha prodotto alcune dichiarazioni di principio che potranno essere usate come riferimento politico negli anni a venire. Ha creato o rafforzato reti personali tra leader che, negli anni difficili che vengono, potrebbero avere bisogno di sapere che non sono soli.

La storia giudicherà Barcellona non per quello che ha detto, ma per quello che sarà capace di fare. La domanda è quella di sempre, in politica: quanta distanza c’è tra le parole e i fatti? Tra la fotografia sul palco e la legge approvata in parlamento? Tra il discorso sull’umanità e la politica che cambia la vita di una persona in carne e ossa?

Quella domanda, Barcellona non l’ha risposta. L’ha solo posta, con più forza e più consapevolezza di quanto il progressismo mondiale avesse saputo fare da molti anni a questa parte.

È già qualcosa. Se basta, lo vedremo.

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