Vi è qualcosa di profondamente osceno in una nazione che si proclama faro della democrazia, custode della libertà ed esportatrice universale dei diritti umani, e che decide al tempo stesso di trasformare la morte di un uomo in uno spettacolo pubblico. È qualcosa che oltrepassa la contraddizione, eccede l'ipocrisia e si spinge persino al di là della crudeltà, perché rivela una regressione culturale e morale capace di far tremare le fondamenta stesse della coscienza occidentale.
Gli Stati Uniti d'America, la più potente democrazia del pianeta, si apprestano infatti a trasmettere in diretta l'esecuzione di un condannato a morte. Non è la sceneggiatura di un film distopico, né una pagina ingiallita della storia medievale: è l'America del 2026.
Protagonista di questo macabro appuntamento è Nidal Hasan, l'ex psichiatra militare condannato per aver assassinato tredici persone nella strage di Fort Hood del 2009. Si tratta di un crimine spaventoso. Nessuna parola potrà mai attenuare la responsabilità del colpevole, così come nessuna riflessione potrà cancellare il dolore delle vittime e dei loro familiari.
Eppure il Pentagono ha annunciato che la sua esecuzione, fissata per il 3 dicembre mediante fucilazione, sarà trasmessa in diretta. La decisione, autorizzata dall'amministrazione Trump, riporta il supplizio pubblico al centro della scena americana.
È qui che comincia l'orrore. Non è quello del delitto, ormai consumato e giudicato, ma quello di uno Stato che, pur disponendo di ogni strumento per sottrarre definitivamente un assassino alla società, sceglie invece di organizzarne l'uccisione e di esibirla al mondo.
La morte si fa messaggio politico, l'esecuzione diventa dimostrazione di forza, il cadavere si riduce a strumento di propaganda.
Siamo giunti al punto in cui la civiltà tecnologicamente più avanzata della storia umana torna ad attingere al linguaggio delle piazze medievali. Allora i condannati venivano trascinati al cospetto della folla, e la sofferenza altrui si tramutava in intrattenimento collettivo.
Mutano gli strumenti, ma la sostanza resta immutata. Allora vi erano il patibolo, la ghigliottina, il boia e la piazza. Oggi vi sono le telecamere digitali, le piattaforme di streaming, gli uffici stampa del Pentagono e i comunicati istituzionali. Il progresso tecnologico, in definitiva, non ha fatto altro che consentire alla barbarie di raggiungere un pubblico più vasto.
Ciò che più inquieta è che tutto questo avvenga senza che venga meno, nemmeno per un istante, la pretesa di rappresentare il mondo libero.
L'America impartisce lezioni di democrazia, si arroga il diritto di giudicare il grado di civiltà degli altri popoli e denuncia le violazioni dei diritti umani ai quattro angoli del pianeta. Eppure continua a riconoscere allo Stato la facoltà di uccidere un essere umano immobilizzato, disarmato e del tutto incapace di costituire una minaccia immediata. Non lo fa per difendere una vita in pericolo, né per impedire un delitto, ma per eseguire una sentenza con assoluta e lucida premeditazione.
Ed è precisamente la premeditazione a rendere questa pratica moralmente insopportabile.
Un omicidio commesso nell'impeto della violenza resta, beninteso, un crimine. Ma una morte pianificata per mesi è un'altra cosa. Organizzata attraverso procedure amministrative, preparata da funzionari, medici e militari, autorizzata da un potere pubblico e infine consumata davanti alle telecamere. Una morte simile assume una dimensione che dovrebbe interrogare chiunque conservi ancora un minimo di sensibilità civile.
Lo Stato, infatti, non agisce in preda alla rabbia, né perde il controllo di sé. Decide, programma, firma, dispone e uccide, e pretende per giunta che tutto ciò porti il nome di giustizia.
Non mancherà, naturalmente, chi invocherà le vittime, né chi parlerà di deterrenza, di sicurezza e della necessità di punire i criminali più efferati. Il dolore dei familiari merita un rispetto assoluto, e non certo le lezioni morali di chi osserva da lontano. Ma è proprio in nome di quel rispetto che occorrerebbe smettere di brandirlo come giustificazione universale della vendetta pubblica.
La giustizia non può ridursi alla mera riproduzione istituzionale della violenza che intende condannare.
Se uccidere costituisce il male assoluto, come può trasformarsi in un bene quando a premere il grilletto è un funzionario dello Stato? Se la vita umana è inviolabile, in quale preciso momento smarrisce questa prerogativa? Quando lo stabilisce una giuria, quando firma un governatore, o quando un presidente appone la propria autorizzazione? E soprattutto, quale superiorità morale può rivendicare una società che risponde all'assassinio organizzandone un altro, questa volta rivestito di legalità?
La legalità, del resto, non coincide necessariamente con la civiltà, e la storia è costellata di atrocità perfettamente legali. Le leggi possono disciplinare la crudeltà, conferirle una forma, ammantarla di solennità istituzionale. Non per questo riescono a renderla moralmente accettabile.
I numeri, peraltro, delineano una realtà che dovrebbe indurre a riflettere. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno eseguito 47 condanne capitali, a fronte delle 25 del 2024. Alla data dell'8 ottobre 2026, le esecuzioni registrate dall'organizzazione indipendente Death Penalty Information Center erano già trenta, concentrate in sei Stati.
Quarantasette esseri umani uccisi dallo Stato nell'arco di un solo anno. Quarantasette procedure di morte. Quarantasette occasioni in cui una democrazia ha ritenuto di poter riaffermare la propria autorevolezza sopprimendo una vita.
Nel frattempo si disquisisce di metodi: iniezione letale, azoto, sedia elettrica, fucilazione. Si discute come se il problema consistesse nell'individuare il modo più efficiente di sopprimere qualcuno, anziché nell'interrogarsi sull'assurdità di continuare a farlo.
È il trionfo della burocrazia dell'orrore, una sorta di ingegneria della morte. In essa la questione fondamentale non è più se sia giusto uccidere, bensì come farlo senza incorrere in eccessivi inconvenienti tecnici.
In Tennessee, proprio nei giorni scorsi, un tentativo di esecuzione mediante iniezione letale è fallito, lasciando la condannata Christa Pike in condizioni gravissime. L'episodio si aggiunge alla lunga serie di esecuzioni mal riuscite negli Stati Uniti, e dimostra come persino una morte amministrata con pretesa scientifica possa degenerare in tortura.
Ma la scelta di trasmettere in diretta una fucilazione introduce un elemento ancor più perverso.
Non è più sufficiente uccidere, bisogna mostrare. Non è più sufficiente esercitare il potere, bisogna esibirlo. Non è più sufficiente eliminare il condannato, bisogna trasformarne l'eliminazione in un evento mediatico.
È la spettacolarizzazione della brutalità elevata a linguaggio istituzionale. Alla sua base c'è l'idea che la forza di uno Stato si misuri anche dalla capacità di far assistere milioni di persone all'ultimo respiro di un uomo.
Questa concezione del potere richiama le pagine più buie della storia. Allora le esecuzioni pubbliche servivano a rammentare ai sudditi che il sovrano disponeva a proprio piacimento dei loro corpi e delle loro vite.
Eppure viviamo nel terzo millennio. Abbiamo esplorato lo spazio, sviluppato l'intelligenza artificiale, decifrato il genoma umano e costruito sistemi di comunicazione che consentono a miliardi di individui di dialogare istantaneamente. Non siamo però ancora riusciti a convincere una parte della classe dirigente della più influente potenza occidentale che uccidere un prigioniero non rappresenta in alcun modo una conquista della giustizia.
Risiede qui il paradosso terrificante della modernità americana. È una società capace di anticipare il futuro sul piano tecnologico e, al contempo, di riesumare il passato più feroce nella concezione della pena.
Sarebbe tuttavia sbagliato, oltre che ingiusto, attribuire questa regressione all'intero popolo americano. Negli Stati Uniti operano da decenni organizzazioni, giuristi, cittadini e movimenti impegnati contro la pena capitale. Nel 2025, secondo Gallup, il sostegno popolare alla pena di morte era sceso al 52%, uno dei livelli più bassi dell'ultimo mezzo secolo.
Esiste dunque un'altra America. È quella che si vergogna di queste pratiche e che invoca una giustizia priva di esecuzioni. È quella che ha compreso come la forza di una democrazia non debba necessariamente identificarsi con la violenza dello Stato.
Ma è proprio questa contraddizione ad aggravare la responsabilità di chi governa. Scegliere di esibire una fucilazione non è una fatalità storica, è una decisione politica, una scelta culturale, un messaggio deliberato.
È un messaggio che sembra suggerire che la compassione sia debolezza e che la clemenza equivalga a una sconfitta. Suggerisce che lo Stato acquisti autorevolezza soltanto quando dimostra di non conoscere pietà. È una concezione primitiva della forza, travestita da fermezza.
La vera forza di una democrazia dovrebbe manifestarsi, al contrario, nella capacità di non somigliare ai criminali che condanna. Dovrebbe consistere nel rifiuto di oltrepassare quel confine al di là del quale la punizione degenera in vendetta e la giustizia si riduce a un esercizio di crudeltà.
Non occorre nutrire la benché minima simpatia per un assassino per opporsi alla sua esecuzione. Anzi, è proprio di fronte al criminale più odioso che i principi di civiltà vengono sottoposti alla prova più ardua.
Difendere il diritto alla vita delle sole persone perbene non significa tutelare un principio universale, bensì concedere un privilegio revocabile. E i diritti che possono essere revocati sull'onda dell'indignazione collettiva cessano di essere tali, per degradare a mere concessioni del potere.
Qualcuno potrà giudicare eccessive queste parole, obiettando che chi ha ucciso tredici innocenti non meriti alcuna considerazione. Ma la questione non è stabilire che cosa meriti il condannato. La questione è decidere che cosa siamo disposti a diventare noi per punirlo.
C'è poi una differenza che dovrebbe essere evidente e che invece sembra sfuggire a chi considera la pena capitale una dimostrazione di fermezza. Un assassino viola la legge, lo Stato ha il compito di farla rispettare. E proprio per questo allo Stato dobbiamo chiedere qualcosa di più di ciò che chiediamo a un individuo. Dobbiamo pretendere che sappia fermarsi dove la vendetta vorrebbe proseguire, che sappia punire senza cedere alla tentazione di restituire il male ricevuto. Perché se la giustizia finisce per assomigliare alla vendetta, quale ragione abbiamo ancora per chiamarle con due nomi diversi?
Una società, infatti, non si giudica soltanto dal modo in cui celebra i propri eroi, ma anche da quello in cui tratta i propri peggiori nemici.
Ed è precisamente su questo terreno che l'America contemporanea rivela una contraddizione drammatica. Aspira a rappresentare il vertice della civiltà liberale, mentre una parte del suo sistema politico e giudiziario continua a custodire il diritto di morte come un simbolo di sovranità.
La stessa nazione che ha eretto la libertà individuale a mito fondativo ammette che il potere pubblico possa disporre in via definitiva dell'esistenza di un individuo. E oggi pretende persino di trasformare quel potere in spettacolo.
Forse, a ben vedere, la parola più terribile dell'intera vicenda non è fucilazione.
È diretta.
Nella diretta, infatti, si compie un salto ulteriore: il tentativo di trasformare l'evento più irreversibile dell'esistenza umana in un contenuto da consumare. Un'esecuzione rischia così di confluire nel medesimo flusso digitale di una partita di calcio, di una conferenza stampa o di un concerto.
Sarà possibile assistere alla morte di un uomo attraverso uno schermo, magari comodamente seduti sul divano, con il telefono in mano, per poi scorrere distrattamente verso un altro video. È la banalizzazione assoluta dell'orrore.
Viene allora spontaneo domandarsi quale differenza sopravviva, sul piano simbolico, tra le folle che secoli or sono accorrevano alle impiccagioni e un pubblico contemporaneo invitato a seguire un'esecuzione via Internet.
La tecnologia modifica la distanza fisica, ma non necessariamente la qualità morale dello spettatore.
Il rischio è che il sangue diventi intrattenimento e che la sofferenza si tramuti in comunicazione politica. Il rischio è che la morte venga normalizzata come legittimo esercizio di autorità. Non è il progresso di una civiltà, dunque, ma il suo arretramento.
E non bastano Hollywood, la Silicon Valley, le università più prestigiose, le conquiste scientifiche e le solenni dichiarazioni sulla libertà a cancellare questa contraddizione.
Una civiltà non si misura soltanto da ciò che riesce a costruire, ma anche da ciò che ha finalmente imparato a non fare più.
Abbiamo smesso di ritenere accettabili molte pratiche che per secoli erano apparse naturali. Abbiamo compreso, almeno in larga parte del mondo, che la sofferenza non può essere uno strumento di governo. Abbiamo compreso che la dignità umana non può dipendere esclusivamente dalla rispettabilità di chi la possiede.
La pena di morte resta una negazione radicale di questa conquista, e la sua trasformazione in spettacolo pubblico rappresenta qualcosa di ancor più degradante.
Il 3 dicembre, qualora il programma annunciato venisse effettivamente attuato, non assisteremo soltanto all'esecuzione di una condanna. Assisteremo a una rappresentazione inquietante del rapporto tra potere, violenza e consenso.
Qualunque sia la colpa dell'uomo che si troverà davanti al plotone d'esecuzione, nessuna pallottola potrà restituire la vita alle sue vittime. Nessuna trasmissione in diretta potrà lenire il dolore delle loro famiglie. Nessun applauso virtuale potrà rendere più giusta la società americana.
Resterà soltanto uno Stato che avrà ucciso un uomo legato alla propria condanna, e che avrà chiesto al mondo di guardare.
La barbarie non comincia quando un criminale commette un delitto: quella è la barbarie del singolo. La barbarie di una civiltà ha inizio quando lo Stato, che dovrebbe rappresentarne il superamento, sceglie di imitarne la violenza e di farne spettacolo.
E quando ciò accade nella nazione che pretende di insegnare al mondo il significato della parola libertà, il problema cessa di essere soltanto americano. Diventa una vergogna che interroga l'intera nostra idea di Occidente.
Il vero fallimento non sta nel fatto che esistano ancora uomini capaci di uccidere. Sta nel fatto che esistano ancora Stati convinti di diventare migliori facendo altrettanto.
E che qualcuno, per giunta, abbia persino pensato di accendere le telecamere.
Raimondo Schiavone














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