Blog di Raimondo Schiavone e amici

Noi, invece, non siamo orgogliosi di Vannacci

Roberto Vannacci ama la parola orgoglio, e la ama proprio perché è una parola comoda: muscolare quanto basta, solenne al punto giusto, sufficientemente vaga da dispensare chiunque la pronunci dal fastidio di doverla argomentare. Ci si può dichiarare orgogliosi di quasi tutto, del resto, specialmente quando spiegare di cosa si dovrebbe essere orgogliosi rischierebbe di complicare non poco la faccenda.
Noi, invece, di Vannacci non siamo orgogliosi.
E non perché ci scandalizzi ancora: lo scandalo, semmai, è una risorsa che si consuma con l'uso, e infatti scandalizza sempre meno. Il vero problema di Vannacci, se vogliamo essere onesti, è quasi il suo opposto: comincia a diventare prevedibile. E a un rivoluzionario che diventi prevedibile non resta, di solito, che il merchandising.
All'inizio sembrava colto; poi si è scoperto che era, più modestamente, erudito — con quella sottile ma decisiva differenza che separa chi conosce molte cose da chi riesce, di tanto in tanto, a comprenderne almeno una. Sembrava intelligente, ma è forse soprattutto furbo, il che non costituisce necessariamente un difetto in politica, dove la furbizia ha da tempo soppiantato l'intelligenza con risultati elettoralmente lusinghieri e storicamente assai meno memorabili. Sembrava capace, e invece si è rivelata soprattutto un'ambizione di proporzioni ragguardevoli. Sembrava, infine, estraneo ai riti bizantini della politica italiana — ed è forse proprio questo il suo vero capolavoro, l'aver imparato, in tempi record, praticamente tutti i trucchi del mestiere.
Quello che continua a farsi chiamare "il generale", ormai, è molto più semplicemente un politico: del generale conserva il titolo, la postura marziale e una certa predilezione per il lessico bellico, mentre del politico italiano ha appreso, con una rapidità che avrebbe fatto invidia a qualunque accademia, l'arte assai più raffinata di occupare quotidianamente uno spazio sui giornali. Una dichiarazione al mattino, una provocazione nel pomeriggio, un nemico da individuare tra colazione e pranzo, un'identità da difendere prima di cena e possibilmente, se il tempo lo consente, qualche polemica per digerire meglio: altro che accademia militare, un vero e proprio master accelerato in politica italiana, con tanto di lode.
Ha compreso persino una delle regole auree della comunicazione contemporanea, ossia che non conta essere condivisi ma essere discussi, poiché cento persone indignate valgono sempre più di dieci indifferenti: e infatti anche chi lo detesta finisce, suo malgrado, per pronunciarne il nome, rilanciarne le dichiarazioni e contribuire, del tutto gratuitamente, alla costruzione del personaggio. Un personaggio che Vannacci amministra benissimo — forse, bisogna ammetterlo, persino meglio di quanto amministri il politico.
C'è tuttavia un aspetto che continua a incuriosirmi, ed è quell'onestà che in molti avevano creduto di scorgere nel suo essere ruvido, diretto, senza filtri: anche quella, temo, rischia di rivelarsi una maschera ben confezionata, perché dire ciò che una parte del pubblico desidera sentirsi dire non equivale automaticamente a essere sinceri, ma talvolta significa semplicemente avere studiato con encomiabile diligenza il proprio pubblico. È la differenza, sottile ma sostanziale, che separa il coraggio dal marketing.
Vannacci aveva promesso, almeno implicitamente, di essere il corpo estraneo della politica: quello che arrivava da fuori, parlava un'altra lingua, rompeva gli schemi, disprezzava apertamente il teatrino. Poi, però, è entrato nel teatrino, e vi è entrato con tale disinvoltura da individuare immediatamente dove fossero collocate le telecamere. Ha imparato le correnti e le alleanze, le rotture e gli slogan, il valore elettorale della provocazione calcolata, la costruzione quotidiana del nemico di turno, e soprattutto quella straordinaria specialità tutta nazionale che consiste nel presentarsi come antisistema mentre ci si adopera, con encomiabile dedizione, per conquistare una fetta consistente del sistema medesimo. Un apprendimento prodigioso; militarmente parlando, un'operazione lampo degna di manuale.
Per questo non siamo orgogliosi di Vannacci: non perché sia diventato un politico, ché fare politica resta un'attività nobile quando significa assumersi la responsabilità della complessità, bensì perché sembra avere imparato soprattutto la politica più facile — quella che semplifica tutto, divide il mondo in amici e nemici, trasforma ogni questione in una bandiera e ogni critica in una medaglia da esibire.
Sembrava colto: era erudito.
Sembrava intelligente: era furbo.
Sembrava capace: era ambizioso.
Sembrava estraneo alla politica: ne ha imparato in fretta i peggiori espedienti.
Sembrava, soprattutto, se stesso.
E comincia invece, con inquietante puntualità, ad assomigliare terribilmente a tutti gli altri.
Solo con qualche grado in più sulla divisa.
Raimondo Schiavone 

Raimondo Schiavone
Primaidea S.r.l.
Viale Bonaria 98 Cagliari
e-mail schiavone@primaidea.com
tel. 0705435166 fax. 0705436280
www.primaidea.com

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