C'è una data che appartiene a tutti i popoli che amano la libertà. Il 25 aprile non è un patrimonio di parte, non è una concessione dello Stato, non è un logo da apporre su qualsiasi causa. È sangue, è resistenza, è la scelta di stare dalla parte giusta della storia quando la storia chiede il conto.
Ebbene: quella stessa storia chiede il conto oggi. E la Brigata Ebraica — che pure contribuì alla liberazione dell'Italia dal nazifascismo, e a cui va il riconoscimento storico che merita — non può presentarsi nel corteo del 25 aprile come se nulla fosse accaduto. Come se Gaza non esistesse. Come se il Libano non fosse stato bombardato sistematicamente. Come se l'Iran non fosse nel mirino di una macchina da guerra che non conosce freno né diritto internazionale.
I cittadini che hanno chiesto a quella rappresentanza di uscire dal corteo non hanno compiuto un atto antisemita. Hanno compiuto un atto di coerenza. La coerenza di chi sa che la Resistenza non fu un fatto etnico ma un fatto morale: si stava con i perseguitati, contro i persecutori. Sempre. Senza eccezioni geografiche.
Oggi lo Stato di Israele — governato da Benjamin Netanyahu, un uomo che risponde di crimini di guerra davanti alla Corte Penale Internazionale — conduce un genocidio documentato contro il popolo palestinese. Ha raso al suolo interi quartieri di Gaza. Ha massacrato ospedali, scuole, giornalisti, famiglie. Ha portato la guerra in Libano con una ferocia che il mondo civile non ha saputo fermare. Ha minacciato e aggredito l'Iran, trascinando l'intera regione sull'orlo di un conflitto che potrebbe diventare irreversibile.
Chi si presenta a rappresentare quella realtà politica e militare nei cortei della Liberazione deve prima rispondere a una domanda semplice: da che parte state?
Non basta invocare il contributo storico di ottant'anni fa. La storia non è un'indulgenza perpetua. Non si può onorare la memoria dei partigiani con una mano e con l'altra firmare il sostegno a chi bombarda i civili. Non si può stare sotto la bandiera della libertà e tacere sul genocidio.
Fino a quando le organizzazioni ebraiche italiane — quelle che vogliono sfilare il 25 aprile — non prenderanno una distanza netta, pubblica, inequivocabile da Netanyahu, dalle sue guerre, dal massacro di Gaza, dal sistematico annientamento del popolo palestinese e dalla distruzione del Libano, i cittadini liberi avranno il pieno diritto — morale, politico, storico — di dir loro: non oggi, non qui, non così.
Non sarà un Fiano qualunque a spegnere questa coscienza. Non sarà l'accusa di antisemitismo — usata come manganello retorico per zittire chi osa criticare uno Stato che fa la guerra ai bambini — a fermare le menti di chi chiede giustizia per la Palestina, per il Libano, per l'Iran. Accusare di odio chi chiede pace è l'ultima arma di chi non ha argomenti.
Il 25 aprile appartiene ai popoli che resistono. Tutti i popoli. Anche quello palestinese. Anche quello libanese. Anche quello iraniano.
La Resistenza non si divide in base al passaporto.
Raimondo Schiavone















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