C'è una forza che non necessita di risonanza per esistere, che non implora testimoni né si preoccupa di essere narrata a qualcuno perché possa dirsi accaduta: è la forza, antica quanto sospetta agli occhi del nostro tempo, di sapersi bastare nel silenzio.
Non si tratta, beninteso, della solitudine subita — quella che grava sulle spalle come una condanna non richiesta e che trasfigura ogni silenzio in una forma sottile di assenza — bensì di una solitudine cercata, quasi conquistata a fatica, in un'epoca che ha fatto della connessione perenne non tanto un'opzione quanto un imperativo morale. Viviamo, con un certo compiaciuto masochismo, in un mondo che ci ha elargito migliaia di presenze simultanee e che, con la stessa mano, ci ha silenziosamente sottratto il coraggio elementare di trascorrere anche solo un'ora in compagnia di noi stessi. È l'ironia più raffinata del secolo: mai così connessi, mai così incapaci di stare fermi dentro la propria testa.
Verrebbe allora da sospettare che la solitudine, in fondo, non esista affatto come condizione: esiste piuttosto — ed è distinzione che meriterebbe un trattato a sé — la paura di abitarla.
Abbiamo, con solerzia quasi ossessiva, colmato ogni interstizio del tempo che un tempo apparteneva al vuoto. Se attendiamo qualcuno, il telefono diventa protesi immediata della mano. Se camminiamo, un sottofondo qualunque riempie ciò che il passo, da solo, non basterebbe più a sostenere. Se mangiamo in solitudine, scorriamo con voracità distratta le vite altrui, come se il pasto avesse bisogno di una liturgia visiva per essere digerito. E se siamo tristi, avvertiamo quasi un obbligo di dissimulazione, poiché la tristezza si è convertita, nel bizzarro tribunale dei costumi contemporanei, in una sorta di reato sociale, mentre la felicità — spesso posticcia, sempre esibita — viene sventolata come un attestato di buona condotta emotiva.
Eppure la tristezza, a ben guardare, non merita questa damnatio memoriae.
Non perché sia priva di peso, ma perché, al contrario, possiede una sua aristocrazia interiore, quando non degenera nell'autocommiserazione che la tradisce. Essa ci insegna — con la pazienza severa di un maestro antico — a discernere ciò che davvero ci manca da ciò che meramente desideriamo, chi ci è indispensabile da chi occupava soltanto, per abitudine o per inerzia, uno spazio disponibile. Ci costringe a un confronto con noi stessi privo di filtri, privo di pubblico, privo persino di quella pietà che ci concediamo troppo facilmente.
Poi, come tutto ciò che è vivo, passa.
E quando passa, lascia un residuo: non cicatrice soltanto, ma sedimento, quasi geologico, di consapevolezza.
Forse è proprio per questo che, con l'età, si impara anche a razionare la parola, non per povertà d'argomenti ma per un calcolo più sofisticato: non ogni provocazione esige una risposta, non ogni fraintendimento merita una difesa, non ogni giudizio altrui richiede una replica che ne confermi, paradossalmente, l'importanza. Arriva, se si è fortunati, un momento in cui il silenzio cessa di essere sintomo di resa e diventa, invece, segno di un'abbondanza tale da potersi permettere il lusso di non spendersi.
È in quel punto preciso, sospeso tra il non detto e il non necessario, che comincia la vera potenza delle idee.
Le idee autentiche, quelle che meritano il nome, non hanno bisogno di gridare per attestare la propria esistenza. Possono restare sole per decenni, persino ostinatamente contro tutti, senza che questo isolamento ne intacchi minimamente la verità. La maggioranza consola, il consenso riscalda, l'applauso lusinga — ma nessuna di queste tre monete, per quanto spendibili nel mercato sociale, costituisce mai, di per sé, una ragione.
Stare soli significa accettare, in certi momenti, di avere soltanto se stessi come alleati — ed è, occorre ammetterlo con onestà, un esercizio che richiede un coraggio non dissimile da quello che si attribuisce, con più facilità retorica, alle imprese eclatanti.
Perché l'uomo, per costituzione quasi biologica prima ancora che culturale, cerca il riconoscimento altrui: vuole essere amato, compreso, desiderato, magari anche solo notato. Eppure esiste una libertà — sottile, quasi clandestina — nel momento esatto in cui cessiamo di misurare il nostro valore attraverso lo sguardo di chi ci osserva. Non diventiamo, in questo passaggio, indifferenti al mondo: diventiamo, più semplicemente e più radicalmente, selettivi.
E allora, con un certo umorismo che la vita riserva a chi ha imparato a guardarla di sbieco, accade qualcosa di curioso.
La malinconia impara a convivere con l'euforia senza contraddizione apparente. La ragione cammina accanto all'istinto come due viandanti che non sempre si parlano ma che percorrono, ostinatamente, la stessa strada. L'intelletto suggerisce la sosta, mentre il cuore, indisciplinato per natura, continua imperterrito a correre. Si può essere tristi e, nello stesso respiro, profondamente grati — senza che l'una condizione neghi l'altra.
Grati per ciò che si è avuto.
Per chi è rimasto.
Persino, con uno sforzo che ha il sapore della saggezza, per chi se n'è andato.
Perché anche le assenze, a saperle leggere, costruiscono qualcosa.
Forse, alla fine, la maturità consiste proprio nel rinunciare alla pretesa che la vita debba scegliere un'unica tonalità cromatica. Si può sorridere portando dentro una ferita ancora aperta, si può provare nostalgia senza il desiderio di tornare indietro, si può amare qualcuno senza il bisogno famelico di possederlo, si può ricordare senza voler recuperare ciò che il tempo, giustamente, ha già archiviato.
E si può stare soli senza sentirsi soli — che è, forse, l'unico vero paradosso degno di essere vissuto fino in fondo.
In questa società che misura l'esistenza attraverso follower, notifiche, messaggi e fotografie sapientemente confezionate per l'approvazione altrui, il gesto più rivoluzionario resta, con beffarda semplicità, il più antico: spegnere il rumore e restare, senza pubblico, in compagnia di se stessi.
Senza dover dimostrare nulla a nessuno.
Con qualche malinconia, certamente — e sia benvenuta.
Con qualche cicatrice, che non chiede compassione.
Con molte idee, che non chiedono applausi.
E, soprattutto, con gratitudine.
Perché quando si impara davvero a stare soli, non si smette affatto di aver bisogno degli altri.
Si smette, semplicemente e con un certo sollievo liberatorio, di aver bisogno di chiunque.
Raimondo Schiavone














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